Una scintilla di luce, parte 9

“Come devo fare con te?”

L’uomo davanti a Xly gli stava dando le spalle, mentre la pioggia picchiettava sulla finestra davanti a lui.

“Io ti dico quello che devi fare, quando farlo e come farlo ed ogni volta è come se parlassi con un muro.”

Il tauren percepì la frustrazione nella voce del suo interlocutore. Secondo lui, stava esagerando.

“Non ti preoccupare, Tobias, ho già mandato un mio uomo per trovarla… Ci farà avere presto notizie e recupereremo il cristallo.”

L’uomo si voltò verso di lui, facendo frusciare la sua veste da mago colore viola. Rivolse a Xly un sorriso storto.

“Se chiami quella mezza tacca “uomo”… È ancora al Kirin Tor?”

Il tauren seguì con lo sguardo i suoi movimenti.

“Era. Ora gestisce un bordello.”

Il mago rise mentre iniziava ad armeggiare con delle fiale colme di liquidi colorati di rosso e blu.

“Un’altra sconfitta per quel circolo di limitati, mantenere l’interesse non è proprio il loro forte! E si è dato alle donne?”

“Non ha mai smesso di darsi alle donne… Alla Cittadella Violacea non faceva altro che andare dietro alle apprendiste, tra una lezione di teletrasporto ed una di magia arcana.”

L’uomo bevve la fiala con il liquido blu tutta d’un fiato. “Non ti credere di essere migliore del nostro amico mezza tacca, Xly. Ti sei fatto abbindolare da quella barda come l’ultimo degli ingenui.”

“Lo sai che ho un debole per le canzoni, Tobias… O dietro il Muro non suonavate mai?”

Il mago non rispose, limitandosi ad alzare lo sguardo su di lui mentre metteva a posto le fiale.

“Recupera quel cristallo, se vuoi avere qualche speranza di rivedere la tua amata Ulaër.”

Xly sospirò, scuotendo la testa. “Se quei quattro scapestrati che ho avevo mandato al bosco fossero tornati avrei mandato loro… Non possiamo mandare Krogrash?”

“È impegnato.”

“A far cosa?”

Il mago alzò la testa, sorridendo falsamente a Xly. “A portare quei quattro scapestrati a casa tua proprio in questo momento. Oh, su non fare quella faccia, li avevi già dati per morti?”

Il tauren si grattò la testa, mentre il mago continuava a camminare su è giù per la stanza, sistemando pozioni, strane pietre dalla forma irregolare e mettendo erbe in un calderone.

“Beh, sono passate settimane…”

“Sei sempre il solito pessimista, Xly, quasi più di me. Ti conviene andare a ricevere i tuoi ospiti. Non è cortese farli aspettare, no?”

Xly fece per congedarsi, chinando leggermente il capo.

“Ci vediamo presto, allora, Tobias”, salutò.

“Torna solo quando avrai il cristallo, io qui ho da fare”, gli rispose il mago umano mentre leggeva velocemente delle pergamene.

Xly uscì dalla dimora dell’amico, con i licantropi messi a guardia dell’abitazione che gli facevano sempre una certa impressione.

‘Che se ne farà poi… magari si sente più a casa in mezzo a loro?’, si chiedeva mentre scendeva dalla collina in cima alla quale si trovava la casa di Tobias Blackwald, l’Alchimista chiamato il Maestro.

Arrivò nella sua abitazione mezz’ora dopo, quando la luna era già alta nel cielo. Percorrendo il sentiero costeggiato dalle mura della sua dimora da un lato e dagli alberi da frutto dall’altro, Xly osservò i suoi giardinieri ancora a lavoro, intenti a raccogliere frutti o potare gli alberi. Solo quando svoltò a sinistra per entrare notò che uno di loro era in piedi, con la schiena contro un albero e lo sguardo rivolto al cielo. Tornò indietro, facendo qualche passo verso di lui.

“Ehi, orecchie lunghe!” lo richiamò alzando la voce. “Chi ti ha dato il permesso di riposare? Torna al lavoro, poi le potrai contare le stelle del cielo!”

L’elfo fece un cenno di assenso con la mano. Xly sbuffò e finalmente riprese il suo cammino entrando nella sua casa.

Trovò Boren davanti alla sala degli ospiti. Quando quest’ultimo lo vide, fece un inchino.

“Bentornato signore, i vostri ospiti sono qui che vi attendono.”

Xly inspirò. “Bene, Boren, hai fatto bene a farli accomodare qui. C’è anche Krogrash?”

“Mi sono permesso di congedarlo, signore, non prima di avergli chiesto naturalmente se avesse qualcosa da riferirvi.”

“Nulla?”

“Nulla, signore.”

Il tauren diede una pacca sulla spalla del maggiordomo. “Ben fatto, Boren. Va a riposarti, ora. La giornata per oggi è finita.”

L’uomo fece un nuovo inchino. “Signore…”, disse mentre prendeva congedo. Ma poi a Xly tornò in mente un ultimo compito per lui.

“Ah, Boren… Poco fa c’era un giardiniere che batteva la fiacca fuori, stando appoggiato ad un albero… Controlla se è ancora lì.”

Boren sorrise affabile. “Certo, signore.”

Entrò nella sala degli ospiti. Il gruppo sembrava impaziente. C’erano tutti quelli che erano stati da lui settimane prima… tranne il suo compatriota.

“Signori, bentornati!” disse cercando di essere il più disinvolto possibile mentre prendeva posto nella sua poltrona davanti al busto di Arthas. “Vedo che siete sani e salvi… a parte l’altro Tauren! Dov’è? È caduto vittima del mostro del bosco?”

Nessuno si mosse, né apri bocca, a parte Kentel che fece lentamente qualche passo verso di lui.

“Cadun ha avvertito un pericolo incombente a Northrend e il suo spirito da sciamano l’ha portato ad andare là per occuparsi della faccenda”, disse con voce glaciale.

Xly si sentì stranamente a disagio. “Oh, che peccato… Ma ditemi un po’! Sono pronto ad ascoltare come com’era e come avete sconfitto il most…”

“Il tuo mostro era un gruppo di Kaldorei che presenziavano il bosco, signor tauren.” Lo interruppe Reyra, la voce più fredda del ghiaccio.

“Oh…” Xly sembrava sorpreso.

“I giochi sono finiti”, aveva ripreso Kentel. “Sappiamo del mercante di cristalli, del patto che hai fatto con lui, e ci ha anche fatto vedere uno di quei cristalli… particolarmente interessante.”

Alla menzione del cristallo tutti notarono come il padrone di casa cambiò espressione, incupendosi.

“Andiamo fuori, è una serata calda.” Anche la sua voce si era incupita. Xly sembrava aver perso tutta la sua frizzantezza nel parlare.

Il gruppo lo seguì fino all’esterno, senza dire una parola. I giardinieri intanto avevano finito i lavori.

“Cosa avete visto?” domandò il tauren con voce calma, dando le spalle al gruppo, le braccia conserte. “Cosa sapete?”

“Che hai fatto morire una donna. Che implorava il tuo aiuto e tu non gliel’hai dato.”

A rispondere era stata Alucaryn che finalmente aveva trovato dei nuovi vestiti. La strega nobile oscura indossava ora una lunga gonna di colore viola, che arrivava quasi fino al terreno ma che le copriva solo la parte posteriore del corpo e l’inguine. Quella anteriore era coperta da dei lunghissimi stivali marroni ma che diventano del colore del bronzo alla loro estremità superiore, a metà della coscia dell’elfa. La pancia era scoperta e i seni erano sorretti da una fascia lasciava scoperto il centro del petto, congiungendosi verso l’alto in un collare con al centro una gemma rossa. Anche le braccia e erano completamente coperte da un tessuto leggerissimo, dello stesso colore degli stivali, con dei motivi eleganti a metà delle braccia e sui polsi.

“Io non so niente di quella storia”, rispose secco Xly. “Quella donna non è morta per colpa mia.”

“Eppure era te che chiamava, agonizzante”, lo incalzò Kentel. “E tu non c’entri?”

Il tauren sospirò. “La conoscevo, si…” la sua voce era esitante. “Ma è morta perché ha fatto delle scelte sbagliate.”

“Che ti riguardano? Parla chiaramente, dannazione!” lo esortò Reyra.

Seguì qualche attimo di silenzio. I grilli frinivano nei giardini, una leggera brezza smosse le foglie degli alberi. La luce tenue della luna illuminava l’orizzonte.

“Lascia prima che ti rimuova il marchio… Visto che avete eliminato il… mostro del bosco.”

Xly si avvicinò a Kentel. “Vedo che è peggiorato dall’ultima volta. Ti ha già preso metà del corpo.”

“Ma…” aveva iniziato Alucarynn, ma Kentel la fermò con un gesto della mano, guardandola con sguardo d’intesa.

“Vai, procedi pure.”

Il tauren si approcciò al braccio di Kentel, punto in cui il marchio aveva avuto origine. Lo studiò per qualche secondo, poi mise una mano a qualche centimetro da esso ed una intensa luce blu iniziò a pulsare dal palmo della sua mano.

Il draenei sentì formicolare la pelle, e poi bruciare mentre Xly intensificava i suoi sforzi e la sua concentrazione. Ma il marchio non cambiò di una virgola.

“Non capisco…” Xly aveva il respiro affannoso. “Hai qualche aura magica addosso, Kentel? Potrebbe far interferenza…”

“Nulla. Non puoi rimuoverlo?”

Il tauren si affrettò a smentire. “C-certo che posso! Devo solo mettere più potere!”

“Che c’è, non ci riesci? Eppure sai benissimo di non essere in grado di rimuovere quel marchio… Sei proprio un bugiardo, Xly.”

La voce veniva da dietro un albero vicino, dal quale una figura si staccò e si avvicinò al gruppo. Era un elfo del sangue, dalla corporatura piuttosto robusta, lunghi capelli neri lisci e un pizzetto dello stesso colore. Vestiva abiti modesti. Un farsetto bianco e dei larghi pantaloni di un blu scuro, fissati da una cintura di cuoio.

“Tu…?” disse Xly con aria confusa. Era lo stesso elfo che aveva richiamato di ritorno da Tobias. “Ti avevo detto di…” ma poi il tauren vide una bisaccia con dei cristalli alla sua cintura e l’espressione sul volto del suo interlocutore. E la riconobbe.

“Rel..”

Ma l’elfo del sangue con un gesto della mano mano.

“Korax. Quello era quando ero un draenei.”

Il volto di Xly assunse un’espressione disgustata. “Cambi pure nome adesso? Che ci fai qui? Sei venuto a portare zizzania?”

“A riscuotere un debito.” L’aspetto del mercante era totalmente cambiato, ma la sua voce no. “E cosa cambia un nome, amico mio, o una razza. Azeroth è davvero vasto e tu sai quante fazioni ci siano in questo mondo. Un bravo mercante deve essere capace di fare affari ovunque, non sei d’accordo?” chiese in tono affabile. “Mi devi un cristallo, Xly. E Kentel è qui per recuperarlo per me. Hai già detto ai nostri amici perché odi gli Elfi?”

“Non ci ha detto niente, e stiamo facendo fatica a capire.” Reyra era esasperata. “Xly, vuoi dirci tutta la verità?! Siamo stanchi di mezze parole e sotterfugi, basta.”

Korax ridacchiò sommessamente. “Non gli hai detto niente… Come non immaginarlo! Ma non ti preoccupare, lo farò io per te. È una storia davvero accattivante, signore e signori, quindi state a sentire.”

L’elfo iniziò a camminare lentamente, girando intorno al tauren.

“Il qui presente Xly una volta amava un’elfa. Incredibile a dirsi, vero? Una giovane e bellissima elfa dai capelli biondi, di nome Ulaër. Un amore, sotto lo stendardo dell’Orda direte voi, ma tuttavia, impossibile. L’elfa era infatti un cavaliere della morte al servizio di Arthas, che come sapete gode del rispetto, ma che dico, della riverenza del nostro nobile tauren. Ma per i due la situazione non era un problema. Xly non si fece scrupoli a lasciare l’Orda e vivere da solo per amore di Ulaër, anche perché lei lo ricambiava. Tutto questo idillio però finì tragicamente quando la dolce dispensatrice di morte si liberò dal controllo di Arthas, unendosi ai Cavalieri della Spada d’ebano. E volete mai il nostro nobile Xly perdoni chi tradisce la sua figura di riferimento, il suo mito, la sua ispirazione? Assolutamente no. Così, un giorno, quando sono insieme in viaggio verso Undercity, la coppia di piccioncini viene attaccata dalle forze del Flagello, e Xly scopre che la sua donna ha cambiato stendardo. I due combattono, ma purtroppo hanno la peggio.”

Korax terminò il giro, tornando al punto in cui era partito. I suoi occhi divertiti si rivolsero al gruppo.

“E cosa fa il nostro coraggioso tauren? Resta lì insieme all’amata? No. Ha pensato a salvarsi la pelle, lasciando la donna che diceva di amare lì, a morire, mentre lei lo supplicava di aiutarlo, proprio come avete visto nel cristallo…”

Lo sguardo tornò a Xly, facendosi truce.

“…lo stesso che mi ha rubato, per portarlo al suo amico, quel worgen reietto che gioca a fare l’alchimista, per tentare di fare tornare in vita l’elfa del sangue. Così da allora riversa l’odio che prova per sé stesso in tutta la razza elfica, perché gli ricorda quello che ha fatto. O forse… quello che non ha fatto.”

Il tauren era rimasto in silenzio per tutto il tempo. In quel momento stava serrando i pugni.

“Sei un ingannatore, Rel… Korax. Dai false speranze a chi non ne ha, per poi giocare con loro, per divertirti nel vederli soffrire ancora di più.”

L’elfo ridacchiò. “Io non inganno proprio nessuno. Aiuto solo le persone a raggiungere quello che desiderano. Sono molto più sincero di te, o di qualunque uomo o donna calchi questa terra. Sono i loro desideri, quello che vogliono a farli soffrire. La natura dei mortali è questa, spesso ciò che più desiderano finisce per consumarli una volta che lo ottengono. Chi si dà false speranze sono loro stessi, non io. Io li aiuto ad ottenere quello che vogliono.”

“Hai finito, Korax? Rammentami un po’, chi hai incaricato di recuperare il tuo debito?”

“L’onorevole Kentel!” rispose l’elfo con soddisfazione.

Xly si avvicinò a lui, con occhi fiammeggianti. “E allora vattene. Non ho intenzione di vedere il tuo viso un secondo di più.”

Korax non rispose limitandosi a guardare il tauren con un sorriso beffardo dipinto sul volto. Poi mosse un passo indietro, fece un inchino esagerato verso Xly, e andò via fischiettando.

Calò il silenzio per qualche secondo, poi Kentel si mosse cautamente verso il tauren.

“È vero quello che ha raccontato?”

“Si”, rispose semplicemente Xly.

Alucarynn borbottò qualcosa che Kentel non riuscì a distinguere.

“E il cristallo? Chi lo ha adesso? Tu?”

“Una barda… Sicuramente la conoscerete, Lady Jalhia, la più famosa di Azeroth. Condividiamo la passione per Arthas, lei ha composto diverse ballate su di lui e volevo ascoltarne qualcuna… solo per me. Purtroppo, ho sottovalutato il suo passato da piratessa. Avete visto anche voi quando sono luccicanti i cristalli di quel demonio…”

“Insomma, dobbiamo recuperare questo cristallo?” chiese Alucarynn tagliando corto. “E questa storia finirà, giusto?”

“Si”, confermò Xly, “ma potrebbe non essere facile come sembra. Essendo una barda, Jalhia potrebbe essere ovunque. L’ultima notizia che ho avuto è che si fosse unita a quei cantastorie erranti… Le voci di Azeroth mi pare si chiamino. Inoltre, dovrete stare attenti a come vi rivolgerete a lei, e temo che ci sarà da combattere. Dovrete farlo se fosse necessario, ne va della fine di questa storia…” guardò il draenei davanti a lui. “…e della tua vita, Kentel.”

“Io non lo farò di certo…” mormorò sottovoce Reyra, che fino a quel momento aveva taciuto, osservando attentamente ciò che accadeva intorno a lei.

Ma il silenzio fece sì che Xly cogliesse quelle parole.

“No?” chiese sorpreso.

“No.” Confermò Reyra in tono secco.

Xly sorrise amaramente. “Quindi lascerai che un tuo amico muoia?”

“Non è affar tuo quello che faccio”, rispose la paladina senza guardarlo, concentrando invece lo sguardo su una farfalla che stava volando troppo vicina al fuoco di una lanterna.

“Mi domando se durante l’assedio di Quel’Thalas tu abbia davvero combattuto, Reyra.” affermò il tauren con voce pungente. “Ti sei andata a nascondere pure lì? Forse Lama Codarda sarebbe un titolo più adatto a te…”

Reyra si voltò come se le avessero puntato un pugnale alla schiena.

“Ma tu cosa cazzo ne vuoi sapere!?” ringhiò verso Xly.

“Reyra…” iniziò Alucarynn tentando di fermarla mettendo una mano sulla spalla dell’elfa del sangue. Ma la paladina fu abile, divincolandosi bruscamente dalla presa della nobile oscura.

“Cosa ne vuoi sapere tu dell’assedio di Quel’Thalas?” domandò nuovamente alzando il tono della voce.

“So sicuramente che voi elfi siete sempre stati la causa di ogni male capitato su Azeroth”, replicò Xly glaciale. “Tutto è partito sempre da voi, dalla vostra arroganza, dalla vostra superbia. E la caduta della tua patria è stata solo colpa vostra, avete voi deciso di fare i codardi isolandovi da tutti per millenni.”

Reyra guardò il tuaren con occhi tremolanti di rabbia. La sua voce fremeva.

“Mi stupisce sentire parlare di codardia da una persona che ha fatto morire una donna che diceva di amare mentre questa la implorava di aiutarla. Tu, il tuo popolo, siete dei nomadi, cosa ne vuoi sapere di cosa sia perdere la tua casa? Lo sai tu cosa è successo durante l’assedio? L’hai studiato mentre te ne stavi qui a contare i tuoi averi? O vuoi che te lo dica io cosa è successo? Perché io ci sono stata lì, ho visto quello che successo in prima persona. Ho visto l’eroina della nostra nazione, che ho sempre ammirato a preso come modello, morire e poi uccidere i suoi compagni, i miei compagni. Ho visto le gambe che mi tremavano, nonostante anni e anni di addestramento, non ricordavo più come si tenesse in mano un’arma. Volevo scappare? Si, come ritirarsi era l’unica cosa che ricordavo come si facesse e sai perché? Perché non volevo più vedere i miei compagni morire a due metri di distanza da me. Persone con cui avevo condiviso giornate, mesi, anni. Mutilate, carbonizzate, rianimate. Ho dovuto uccidere le stesse persone che fino a un’ora prima avevo abbracciato per infonderci coraggio l’un altro contro la morte che era arrivata nella nostra terra, o loro avrebbero ucciso me. La scelta era tra quello o morire, cosa avrei dovuto fare? O cosa avrei dovuto fare quando quella stessa eroina, diventata la mia capoguerra, decide di bruciare Teldrassil? Una cosa che so essere sbagliata, ma che viene da una persona di cui mi fido. Mi sono forzata a convincermi che Sylvanas avesse un motivo per fare quello che stava facendo, doveva esserci. Ma le urla di quell’Albero non mi lasciano mai, mai. Come non mi lasciano mai quelle della sorella di questa nobile oscura qui, di cui era responsabile e che mi è morta tra le braccia, perché io ero la fottuta Lama Gentile, ed avevo io il comando di quel distaccamento…”

A quelle parole Alucaryn scattò. “Basta, Reyra, basta!” La implorò con la voce spezzata. “Ti prego, basta, smettila!”

Ma Reyra non mosse il suo sguardo da Xly, né la sua attenzione, né la sua rabbia che sentiva attraversarle il corpo.

“No, Alucarynn, non la smetto. Lui vuole sapere se mi nascondevo e io devo rispondergli. Devo dirgli che quella stessa nobile oscura è stata l’unica a consolarmi quando io avrei dovuto consolare lei, perché la sorella che aveva appena perso non era nemmeno riconoscibile a causa delle fiamme. E sai cosa ho fatto in quel momento? Mi sono messa a urlare, a urlare più forte che potessi per non sentire l’agonia che mi aveva abbracciato, perché non capivo più se il sangue di cui ero sporca fosse quello dei Kaldorei, dei miei sottoposti o il mio. Cos’hai da guardarmi così, adesso, Xly? Non volevi sapere se mi ero andata a nascondere? Ora lo sai cosa ho fatto, ora lo sai.”

Reyra, la Lama Gentile, si voltò e andò via, senza mai voltarsi indietro.

Illustrazione in evidenza di Moonpix Art