Il Cavaliere Devoto: Parte 1

Il sole fiammeggiava nel cielo in quel giorno d’estate ad Azeroth. ‘Fa davvero troppo caldo oggi’ si ritrovò a pensare per l’ennesima volta Æthelweard. Negli ultimi giorni aveva avuto spesso quel pensiero. Una grande ondata di calore aveva investito il regno di Lordaeron e la città di Hearthglen non era stata di certo risparmiata, anzi. Ad aumentare ancora di più quella sensazione di calore c’era adesso la forgia del fabbro della città, con quest’ultimo impegnato a rifinire la nuova armatura di Æthelweard. Una corazza di buona fattura. Certo, non sarebbe mai stata all’altezza delle grandi armature dei paladini del Silver Hand, ma per un giovane cavaliere di 19 anni sarebbe andata bene. Era color bronzo, senza particolari fronzoli. “Preferisco che sia solida e resistente” aveva detto al fabbro il cavaliere. “Ci devo combattere non farci la damigella.”

Lo sguardo di Æthelweard era fisso su quel pezzo di acciaio che il fabbro, un uomo sulla quarantina dal ventre prominente e con pochi capelli sulla testa stava battendo con il martello da lavoro. “Ecco qui, ser” disse il fabbro non appena ebbe finito, porgendo l’armatura ad Æthelweard ed emettendo un grugnito mentre la alzava. Il suo viso pacioccone era completamente bagnato dal sudore. Æthelweard guardò il lavoro finito. L’armatura splendeva alla luce del sole. L’elmo, a forma di testa di toro, gli piacque molto. Anche i gambali gli diedero un senso di sicurezza. Non poté che ritenersi soddisfatto.
“Quanto ti devo per il tuo lavoro, Bennis?”
Il fabbro si asciugò la fronte con la manica della veste. Una tunica grigia, ormai sbiadita dal tempo.
“6 pezzi d’oro andranno bene, mio buon ser” rispose.
Era più di quanto Æthelweard avesse pensato. Il conio che il giovane cavaliere possedeva lo aveva guadagnato giostrando a qualche torneo in giro per il regno, l’ultimo per i 16 anni del Principe Arthas, o prestando servizio presso qualche lord minore. Pagò dovuto e, presa la nuova armatura, si diresse alla taverna.

Hearthglen quel giorno era particolarmente vivace. Fumi si innalzavano dal forno della città, le donne trasportavano ceste colme di cibo verso il municipio facendosi strada attraverso bambini che giocavano allegri per la strada.

“Ehi, Æthel ti serve una mano con quella?”

Senza aspettare la risposta di Æthelweard, un altro cavaliere si avvicinò a lui.
“Ti ringrazio Thomas, effettivamente è pesante…” L’altro cavaliere fece un largo sorriso. “Sempre pronto ad aiutare le giovani spade di Lordaeron!”

Ser Thomas Thomson era un cavaliere ben più esperto di Æthelweard, già paladino del Silver Hand nonostante avesse solo qualche anno in più di lui. Ed era anche alto. Non che Æthelweard non lo fosse, anzi. Il giovane cavaliere era sicuramente più alto di molti ragazzi della sua età, fatto che gli aveva causato non pochi problemi da piccolo, quando gli altri bambini lo chiamavano Æthelweard testa-tra-le-nuvole.
‘Chissà che fine hanno fatto’ si era chiesto più volte Æthelweard durante gli ultimi anni, da quando era fuggito dalla sua terra natale, il regno di Stormwind, ridotto in rovina dagli Orchi. La Prima Guerra era stata davvero una terribile prova per il Regno di Stormwind, il quale non era riuscito a resistere all’avanzare di quei mostri dalla pelle verde. Quanto avrebbe voluto combatterli, difendere la sua patria. Ma era troppo giovane gli avevano detto, al massimo avrebbe potuto servire come scudiero di qualche altro cavaliere. È lo stesso era successo solo due anni prima, allo scoppio della Seconda Guerra, che però stavolta avevo visto i Sette Regni unificarsi sotto un unico vessillo e dar vita a quelle che era stata chiamata Alleanza di Lordaeron. Fu proprio durante questa Seconda Guerra che nacque l’ordine dei paladini del Silver Hand, cavalieri sacri al servizio dell’Alleanza. Æthelweard agognava di entrare tra quei ranghi fin da quanto ne aveva sentito parlare la prima volta.

“Come procedono i preparativi?” Chiese a Æthelweard a Ser Thomas.

“Tutto benissimo” rispose lui. “La delegazione del Kirin Tor sarà qui entro domani. Sua signoria ha insistito perché ci fossero anche loro oltre ai nostri amici Alti Elfi alla commercializzazione degli eroi Draenor. Certo, mi domando quanto sia opportuno organizzare un banchetto per commemorare dei morti, ma qui mica comando io!” Ser Thomas rise divertito.

Sua signoria era il Barone Titus Rivendare, lord di Stratholme, la seconda città più grande ed importante di Lordaeron dopo la capitale, la quale si trovava più a ovest di Hearthglen. Il Barone era un ricco proprietario terriero, molto amato dai suoi sudditi. Spesso lord Titus donava grano alla sua gente, aveva organizzato tornei che avevano divertito il popolino. Suo figlio ed erede, Aurius, un uomo fatto sui 30 anni, sarebbe andato alla vicina città di Andorhal per andare incontro alla delegazione del Kirin Tor.

Arrivarono alla porta della taverna. Thomas spalancò la porta e chiamo il garzone, un giovane che non poteva avere più di 15 anni. “Ehi tu, ragazzo! Aiuta ser Æthelweard a portare la sua nuova armatura nelle sue stanze.” Il giovane, uno smilzo dai capelli rossicci e lentiggini nel viso si affrettò ad obbedire. Portalarla però su con l’aiuto del garzone non fu affatto semplice per Æthelweard. Il giovane cavaliere dovette sforzarsi molto di più di quanto non avesse fatto con l’aiuto di Ser Thomas durante la strada dal fabbro alla taverna.

“Posso portarvi del cibo, ser? Abbiamo dell’ottimo stufato d’anatra oggi.”

“Si, grazie. E portami anche una birra scura. Ci sta per mandare giù l’anatra.”

“Come desiderate, ser” replicò il giovincello facendo un inchino prima di uscire e chiudere la porta dietro di sé. La camera che aveva ser Æthelweard aveva preso era piuttosto spaziosa per come il giovane cavaliere era abituato. Durante i suoi viaggi, spesso Æthelweard aveva dormito in fossati, stalle o addirittura solo con le stelle di Azeroth a fargli da tetto. Ma era questa la vita di un cavaliere, ed Æthelweard l’aveva sempre saputo. Anche da prima di essere nominato tale, quando sognava il Silver Hand, come lo sognava in quel momento.

Si accorse che gli faceva male la schiena dopo il trasporto dell’armatura, ed anche le sue lunghe braccia. Æthelweard era un ragazzo possente per la sua età, con le spalle larghe e folti capelli castani, un colore che era stato ripreso anche dai suoi occhi. Sul viso gli stava persino iniziando a spuntare qualche pelo di barba. Si lasciò cadere nel letto, un soffice materasso di piume e, voltando la testa, guardò la nuova armatura.

‘Senza la luce del sole è decisamente più scura.’

La porta si aprì. “Ecco il vostro stufato e la vostra birra, ser” il ragazzo si affrettò a poggiare il cibo e la bevanda e tornò subito giù, richiamato dalle urla dell’oste. La taverna di Hearthglen era particolarmente affollata in quei giorni. Uomini, nani e gnomi non volevano perdersi la cerimonia di Stratholme, ed alcuni avevano deciso di fermarsi lì, come d’altronde aveva pensato lui. Ser Æthelweard aveva preso una decisione ormai. Sarebbe andato alla cerimonia ed avrebbe offerto la sua spada al servizio di Lord Titus. Una spada giurata era sempre tenuta in gran considerazione e mettersi in mostra come cavaliere di un grande lord lo avrebbe sicuramente fatto notare ai paladini del Silver Hand.

Æthelweard consumò il suo pasto guardando fuori dalla finestra della sua stanza. Da lì, poteva vedere quasi tutta la città e sentire le voci dei suoi abitanti. Alcuni stallieri stavano sellando i cavalli nelle scuderie, Bennis era impegnato come non mai alla forgia, Ser Thomas stava conversando con altri paladini dell’Alleanza. Questi ultimi stavano ridendo guardando a poca distanza da loro. Æthelweard seguì il loro sguardo. Vicino al municipio c’era un cavaliere che lanciava frecce verso un tirassegno ed un’elfa scagliava anch’ella frecce accanto a lui.

“Ti fai battere da una ragazzetta, ser Lucas?” disse uno dei cavalieri con Thomas, ridendo. Quest’ultimo, un uomo adulto piuttosto basso, si affrettò a rispondere.
“La maestria degli elfi e ben nota, imbecilli! Perché non provate voi, invece di ridere come polli!”

“Perché non siamo stupidi quanto te da sfidare Lady Rhenya Blackfire al tiro con l’arco!”. Altre risate.

L’elfa si voltò. Al fianco portava una faretra piena di frecce e nel pugno stringeva un arco. L’arciera portava i capelli corvini raccolti in una lunga treccia, talmente lunga da arrivarle quasi alla vita. Avevo il viso delicato degli elfi, e due occhi color nocciola. “Siete degli adulatori!”

Æthelweard aveva spesso sentito parlare degli elfi di Quel’Thalas ma solo raramente ne aveva visto qualcuno, elfe poi, ancor meno. Il giovane cavaliere non aveva avuto molto tempo per le donne durante la sua vita. Certo, non gli mancava esperienza, ma non si era mai visto a condurre una vita tranquilla insieme ad una ragazza. I suoi pensieri erano sempre stati rivolti all’arte della guerra ed alla difesa dell’umanità. Bevve l’ultimo sorso di birra, prima di posare la caraffa sul vicino tavolo in legno. Gli piaceva il naso di quell’elfa, ed anche la sua treccia corvina ed i piccoli ma ben formati seni sotto il farsetto di cuoio che indossava. Non sembrava affatto una lady. In quella tenuta indossava anche stivali in pelle e brache di un verde pallido.

‘Blackfire…’ pensò ser Æthelweard. ‘Fuoconero non è un nome che si adatta a quell’elfa.’ Si voltò, tornando verso l’interno, posando anche la ciotola dello stufato d’anatra, completamente ripulita. ‘Rhenya La-Troppo-Bella dovrebbero chiamarla.’

Illustrazione in evidenza di A Stas