Il Cavaliere Devoto: Parte 3

Da giorni erano in marcia. Cinque volte il sole era sorto e poi era tramontato oltre l’orizzonte di quelle terre da quando ser Æthelweard aveva lasciato Stratholme e la piccola corte di Lord Titus Rivendare. Eppure, cinque giorni non erano bastati al giovane cavaliere per scrollarsi di dosso l’imbarazzo che provava ogni volta che guardava la sua compagna di viaggio. Una settimana prima, il giorno dopo il banchetto di celebrazione degli eroi dell’Alleanza, Æthel aveva posto la sua spada ai piedi di lord Rivendare, giurando fedeltà al Signore di Stratholme.

‘Essere una spada giurata ha i suoi vantaggi’, aveva pensato. ‘Posso servire l’Alleanza stando alla corte di lord Titus. E poi avrò sempre un pasto caldo ed un tetto sotto cui dormire. Senza dover per forza mangiare quel manzo salato duro come il legno o dormire sotto un albero o peggio ancora spendere del conio per una locanda.’

Lord Rivendare lo aveva poi convocato la sera stessa per affidargli il suo primo compito.
“Ho un compito da affidarti, mio buon ser”, aveva esordito il signorotto. Æthelweard l’aveva trovato con una comoda veste color blu notte, il mantello bianco tenuto fermo da una spilla d’argento a forma di testa di cavallo, i lunghi capelli neri a scendergli oltre le spalle. “In quanto mia spada giurata è mio compito affidarti questioni che richiedono la massima lealtà. E non dubito che tu, ser Æthelweard, ne sia sprovvisto.” Prese una coppa e se la riempì di vino.
“Voi mi lunsigate mio lord”, rispose Æthel, chinando il capo. Lord Titus si sedette sul scranno, agitando il vino all’interno della coppa, prima di berne un sorso.
“Non mi fido molto dei Barov. Voglio che vai nella loro isola-fortezza di Caer Darrow e dai un’occhiata in giro. L’Alleanza ha già avuto dei traditori. Non vogliamo altri Perenolde tra noi.”

‘I Barov traditori? E per cosa? Gli Orchi sono sconfitti, che motivo avrebbero di tradire?’

Ma chi era lui per mettere in discussioni gli ordini di un lord? Un ragazzotto che andava girando per le terre dei Sette Regni sognando di essere un paladino. Non molto per mettersi a discutere con il lord di Stratholme. Piegò il ginocchio.

“Sono pronto, mio lord. Posso partire stasera stessa, farò del mio meglio per non deludervi. Da solo ci vorrà un po’ di tempo, ma…”

Lord Titus rise sonoramente, alzandosi dallo scranno. “Oh tu non sarai solo, ser Æthelweard. Per quanto mia spada giurata, sei pur sempre un ragazzo!”

‘Un ragazzo? Io sono un uomo fatto.’

“I nostri amici di Quel’thalas mi hanno generosamente offerto il loro aiuto ed uno di loro verrà con te.”

Di colpo, Æthel perse tutto l’entusiasmo per la sua prima missione. Non aveva un bel rapporto con gli Alti Elfi. Li trovava boriosi, inutilmente arroganti, fastidiosamente narcisisti.

“Mio lord, chiedo perdono, ma sono sicuro di potermela cavare da solo. Vi giuro, che la Luce mi sia testimone, che porterò a termine il mio compito. Non voglio maghi o spadaccini a…”

“Ma io non sono un mago o uno spadaccino”. Una voce femminile riempì la sala. Era musicale, come tutte le voci elfiche, ma aveva un qualcosa di strano alle orecchie di Æthelweard. Era una voce determinata, maliziosa, sicura. Æthel avrebbe detto che fosse come seta sull’acciaio. Il giovane si voltò verso la grande porta d’ingresso.
“Una mia freccia potrebbe raderti quei quattro peli che hai sul mento, ragazzo.”

Ser Æthelweard vide avvicinarsi un’elfa, un po’ più bassa di lui.

‘No… non lei..’

Indossava delle brache nere, con piccoli lacci ai lati, molto aderenti a gambe slanciate e toniche. Più in alto, la ragazza portava una camicia di seta di un blu acceso, legata sotto il seno, a lasciarle il ventre scoperto. La sua pelle era liscia.

‘Sarà liscia dappertutto…’

I capelli, neri come la notte, erano raccolti in una treccia.

“Rhenya Blackfire ti accompagnerà.” L’elfa intanto si era accostata a ser Æthelweard, chinando il capo in segno di saluto a Lord Rivendare. “È una delle arciere più talentuose di Quel’thalas. Sono sicuro che insieme, riuscirete nel compito affidatovi.”

‘Perchè proprio lei? Sarebbe quasi stato meglio uno di quei stupidi maghi…’

“Lady Rhenya, per me è un onore essere…”

“Perché mi chiami lady? Io non sono una lady. Le lady stanno in un castello a fare figli ed accendere i camini per i loro mariti. Ti sembro una di loro?”

“N-no, non volevo dire questo…” Poche volte Æthel si era trovato in difficoltà come quella sera. Rhenya Blackfire incuteva timore in un certo senso, eppure era innegabile il suo fascino.

‘Rhenya la Troppo-Bella. Vuoi che ti chiamo così?’

I suoi occhi color nocciola lo stavano fissando. “Partirete domani mattina”, concluse lord Titus. “Ora tornante ai vostri alloggi. La strada verso Caer Darrow sarà lunga.”

‘Dopo stasera sarà ancora più lunga…’ aveva pensato ser Æthelweard mentre usciva.

Il giorno dopo, come da programma, erano partiti, ognuno in sella al suo cavallo. Æthel aveva indossato la sua armatura nuova, rimanendo sorpreso di quanto Bennis il fabbro avesse fatto un buon lavoro.
‘Devo ringraziarlo di nuovo al mio ritorno,” pensò.
Rhenya Blackfire invece indossava un farsetto rosso e delle brache bianche. Ai piedi calzava degli stivali. A tracolla l’immancabile arco e la faretra piena di frecce. Ben presto, Stratholme sparì alle loro spalle, lasciando il posto a verdi prati, alberi rigogliosi e qualche torrente qua e là.

Dentro l’armatura, ser Æthelweard si stava cuocendo. Il caldo non voleva lasciare la sua presa su Lordaeron, ed il sole ruggiva più che mai quel giorno.

Caldo che non sembrava affatto soffrire Rhenya. ‘Ma lei non mica l’armatura’

“Questi abiti ti donano. Devono essere comodi per combattere”, aveva con uno slancio di audacia Æthel. Ogni volta che doveva parlare con la sua compagna di viaggio, si sentiva stranamente turbato. Rhenya increspò le labbra.

“Ti ringrazio, ser, ma sai, non è che abbia molta scelta”, aveva risposto sarcastica l’elfa. “Se avessi addosso quella latta che hai tu, sarei già morta da un pezzo. Sono leggera come la morte che le mie frecce dispensano.”

“L’armatura fa parte di un cavaliere, è come la sua seconda pelle. Se la tua morte è leggera, la mia pesante, Rhenya”.

“Lo credo, senza quella non dureresti mezzo secondo. Tutti uguali voi cavalieri. Scommetto che senza la tua preziosa armatura non riusciresti a fare un passo, non che con essa mia aspetti risultati diversi… Le mie frecce vi ridurrebbero in poltiglia.” Rhenya Blackfire rise, toccandosi con una mano la treccia.

Successe la sera del quarto giorno. Si erano fermati alla taverna di Andorhal, in quella che doveva essere l’ultima notte prima d’imbarcarsi per Caer Darrow. Æthel voleva riposarsi per prepararsi al meglio per la giornata successiva. Non poteva certo deludere Lord Rivendare, il suo signore. Ma le cose non andarono come sperava.
Fu una notte agitata.
Æthelweard si girò e rigirò sul suo ruvido giaciglio, scivolando in un sonno inquieto solo per risvegliarsi all’improvviso nell’oscurità. Non vedeva l’ora che il sole sorgesse nuovamente. Solo che il mattino sembrava ancora all’altro capo del mondo. La testa di ser Æthel era piena di battaglie, armi da guerra, maghi del Kirin Tor, lord che parlavano nel buio, di paladini del Silver Hand. E c’era anche lei, Rhenya Blackfire, una delle più talentuose arciere di Quel’Thalas, come aveva detto lord Rivendare. Æthelweard vedeva il viso delicato dell’elfa, la sua espressione maliziosa, le sue braccia snelle, la sua lunga treccia corvina, la sua pelle liscia.

‘Deve essere liscia dappertutto…’

Tutto questo lo fece sentire colpevole. Non doveva sognare lei, no. Non la conosceva nemmeno. E poi era un’elfa! Lui doveva sognare del grande paladino che sarebbe diventato, di tutta la gloria che avrebbe portato all’Alleanza, non di una con la treccia. Ma sarebbe davvero diventato quel paladino che voleva essere? E che ne sapeva lui? D’altronde era ancora un ragazzotto che i paladini li aveva solo visti da lontano. E anche solo pensare a Rhenya Blackfire ne era la riprova.
‘Non essere scemo. Non fa per te. Lascia perdere.’
Alla fine, sonnecchiando, ser Æthelweard sognò. Correva attraverso la radura di uno dei boschi di Lordaeron. Correva verso Rhenya, e lei gli stava lanciando frecce contro. Ogni singola freccia colpiva il bersaglio, conficcandosi nel suo petto, eppure il dolore era stranamente dolce. Æthel avrebbe dovuto girarsi e scappare, invece continuava a correre verso di lei, a correre con la lentezza dei sogni, come se l’aria stessa si fosse tramutata nel più dolce miele di Lordaeron. Un’altra freccia lo colpì, e un’altra ancora. Era come se la faretra di Rhenya contenesse infinite frecce. I suoi occhi del colore delle nocciole e pieni di malizia.

“Questi abiti ti donano. Devono essere comodi per combattere.” voleva dirle. Solo che Rhenya non indossava nessun abito. I suoi piccoli seni erano sodi, stavano su, integerrimi, sfidando la forza di gravità, i suoi capezzoli erano rossi e duri come piccole more. E quando Æthelweard finalmente arrivò a caracollare ai suoi piedi, le frecce lo facevano sembrare come una
specie di grosso porcospino. Eppure, lui riuscì a trovare la forza di afferrarle la treccia. Uno strappo deciso e riuscì a trascinare l’arciera sopra di sé, per poi baciarla. Voleva toccare la sua pelle.
‘Sarà liscia dappertutto…’

Un bussare frenetico alla sua porta lo aveva riportato alla realtà. “Svegliati ser sonno! Dobbiamo metterci in marcia o perderemo l’imbarco!” Æthel si era svegliato di soprassalto, sedendosi e stropicciandosi gli occhi.
‘La preferivo nel sogno…’ aveva pensato.

Da quel momento, ogni volta che aveva guardato Rhenya Blackfire si era sentito in imbarazzo. E come se ciò non bastasse, arrivarono alla riva del Lago Darrowmere quando il sole era già tramontato. Al molo, incontrarono un uomo tozzo, con pochi capelli in testa e dalle vesti modeste. Reggeva una lanterna in una mano.

“Quando arriva il prossimo traghetto, buon uomo?” chiese Æthel. “Dobbiamo aspettare molto? Siamo di fretta”, rincarò Rhenya. L’uomo li guardò di traverso. “Dove è finita la cortesia? Voi cavalieri volete tutto e subito! Io lavoro da tutto il giorno, sapete? Un po’ di rispetto per chi cerca di guadagnarsi il pane onestamente”

Æthelweard sentì lo sguardo di Rhenya su di sé, poi l’elfa parlò. “Parla, se non vuoi che ti ficchi una freccia nel collo. Così potrai continuare a guadagnarti il tuo pane.” Il giovane cavaliere la fulminò, ma le parole dell’arciera sortirono l’effetto sperato.

“Non c’è bisogno di arrabbiarsi, mia signora”, disse l’uomo, d’un tratto meno spavaldo. “Purtroppo non sarà possibile traghettare a Caer Darrow fino domani mattina, l’ultimo è partito poco fa.” Affrettò il passo e se ne andò.

Rhenya portò il suo cavallo davanti a quello di Æthelweard. “Cosa vuoi fare, ser?”

‘Cosa voglio fare? Cosa vuoi che faccia?’

“Aspetteremo qui, che domande. Ho un compito, ed intendo portarlo a termine. Per l’onore mio e del mio lord.”

“Ah, quindi dovremo dormire insieme?”

Ser Æthelweard si sentì avvampare. “N-non volevo dire questo, c’è molto campo qui… c’è posto per entrambi.”

“Sei proprio un tonto, ser.”

‘Un tonto, dice lei…’

“E se venissimo attaccati? Che facciamo, ci chiamiamo a distanza?”

‘Effettivamente..’

“Tu cosa suggerisci?”

Rhenya Blackfire si guardò intorno. “Accampiamoci lì, vicino a quel grande albero.” Indicò una grossa quercia. “Dormiremo ognuno su un lato dell’albero.”

“Bene, mi sembra un’ottima idea… Andiamo allora.”

Arrivati, legarono i cavalli ed accesero il fuoco. Æthelweard decise di togliersi l’armatura, non ne poteva più. La appoggiò alla quercia con la massima attenzione. Anche la notte era calda, non si muoveva un filo d’erba quella sera. Arrostirono della selvaggina che avevano comprato ad Andorhal, dopodiché, Æthel si stiracchiò. Si sentiva davvero stanco.

“Bene, meglio andare a dormire. Non vorrei che domani perdessimo il traghetto. Dobbiamo prendere il primo del giorno. Da che parte vuoi…”

Ma la risata di Rhenya lo fece voltare verso l’elfa. La ragazza era scattata in piedi. “Vai a dormire tu se vuoi, ser sonno.” Stava armeggiando con il farsetto.

‘Si sta spogliando?’

“Ma che fai?” chiese sbigottito Æthel.

“Siamo a cavallo da giorni. Qua abbiamo un lago. Vuoi che non mi faccia un bagno?”

“Ma ti sembra il momento?” Æthel non si era mosso di un millimetro, ma sentiva il corpo invaso dal calore.

Rhenya lo guardò con aria canzonatoria. “Oh, il nostro prode cavaliere ha paura che qualche moscerino l’attacchi? O forse non ha mai visto una donna?” Si toccò la treccia.

Ser Æthelweard scattò in piedi. “Certo che ho visto una donna, ed anche più di una, se vuoi saperlo!” ruggì. Rhenya intanto si era sbottonata il farsetto e slacciate le brache. Rise.

“Bravo, bravo, ora però voltati. Non ho sicuramente voglia di farmi vedere da te, ser sonno.” Æthel obbedì… ma la sua armatura illuminata dal fuoco rifletteva quello che succedeva alle sue spalle.

Rhenya si tolse il farsetto e la camicia bianca che aveva sotto di esso. I suoi seni erano proprio come Æthelweard li aveva sognati.

‘Forse ancora più belli’. Immaginò di baciarli.

Poi si sedette e si tolse gli stivali, seguiti dalle brache. Poi secondi, e Rhenya Blackfire era nuda. Æthelweard deglutì. Non c’erano punti scuri in quel corpo.

‘Deve essere liscia dappertutto…’

In quel momento, ringraziò di non star guardando l’elfa, o Rhenya si sarebbe accorta della sua erezione e probabilmente l’avrebbe deriso.

‘Sicuramente lo farebbe’

Rhenya corse poi verso l’acqua e poco istanti dopo il giovane cavaliere sentì il rumore prodotto dal suo tuffo. Solo in quel momento Æthelweard si voltò.

“L’acqua è davvero calda!” gridò l’arciera. Æthel vedeva solo la sua testa. Stava ridendo. Æthelweard si sedette di nuovo, cercando di mettersi a dormire. Non doveva pensare a lei, no. Chiuse gli occhi… ma il sonno non arrivò. Sentì ancora la parte basse del suo ventre premere contro le sue brache. Rhenya tornò quando il fuoco si era già spento. Æthelweard era con la schiena contro il tronco della quercia. Provò a sporgersi un po’, sperando che l’elfa non stesse guardando in quella direzione. Fu fortunato. L’elfa si stava rimettendo le brache, era piegata verso l’altra parte. Un’alta vampata di desiderio. Æthel distolse subito lo sguardo. Forzò il suo corpo ad addormentarsi.

Riuscirono a prendere il traghetto ed arrivare a Caer Darrow il mattino seguente. L’uomo della sera prima li guardò nuovamente di traverso quando furono i primi a salire.

Tuttavia, sull’isola-fortezza tutto sembrava strano. Non c’era anima viva. Caer Darrow sembrava abbandonata. Presso la tenuta dei Barov, trovarono un pezzo di terra… annerito.

“Ma che diavolo è successo qui?” esclamò Rhenya. Vicino a quella terra che sembrava morta c’erano dei sacchi di grano. Vuoti.

Ser Æthelweard pensò. ‘I sospetti di Lord Rivendare erano fondati? Ma dove sono potuti andare i Barov? L’Alleanza non ha nemici…’

Cercarono ovunque. Nelle piccolo villaggio, nelle stalle.. persino la fortezza sembrava abbandonata. Solo altri pezzi di terra morta e sacche di grano vuote.

“Dobbiamo tornare a Stratholme. Devo avvertire Lord Titus di tutto questo…”

Rhenya Blackfire annuì. “Presto, andiamo via da…” Le sue parole furono interrotte da un’improvvisa folata di vento gelido, da congelare le ossa. Dalla porta principale della fortezza emerse una creatura macabra. La sua pelle cadeva dalle sue ossa, non aveva occhi nelle orbite.

I due compagni si misero subito in guardia. Æthelweard estratte la spada, Rhenya prese mano all’arco ed incoccò subito una freccia.

“Chi sei? Dov’è Lord Barov?” intimò Æthel. La creatura non rispose, emettendo solo dei versi gutturali. Solo allora il cavaliere notò che impugnava una vecchia lama arrugginita. Si scagliò selvaggiamente su di lui, ma Æthelweard si fece trovare pronto. Schivò l’attacco e poi colpì al lato della creatura. Il fendente squarciò la carne molle del non-morto e liquido verde fuoriuscì dalla ferita. Rhenya intanto scagliò una freccia al suo petto. Il non-morto emise un altro verso ma non si fermò. Æthelweard parò i suoi colpi, prima in alto, poi in basso, poi ancora in alto, mentre la creatura lo incalzava. Rhenya era pronta a scoccare un’altra freccia ma un altro non morto sorse alle sue spalle e l’attaccò, bloccandola. L’elfa urlò, cercò di divincolarsi, ma la stretta del cadavere vivente era ferrea. Ser Æthelweard era ancora alle prese con l’altro non-morto, ma l’attacco all’arciera lo fece infuriare. Roteo la lama sopra la testa e con un fendente staccò di netto la testa del non morto dal suo collo. Questo crollò a terra e dopo alcuni spasmi smise di muoversi. Æthelweard si precipitò da Rhenya ed infilzò alla schiena il non morto che la teneva ferma, girando la lama all’interno del suo corpo. Sentì le ossa della creatura frantumarsi.

“Hai visto?” disse una volta che anche il secondo non-morto smise di muoversi. “Hai perso la scommessa, sono durato più di mezzo secondo…”

Rhenya abbozzò un sorriso stanco. “Hai ragione, ho perso… cosa devo pagare come pegno?”

Æthelweard la cinse con un braccio e la strinse a sé. La sua pelle era liscia.

‘Sarà liscia dappertutto..’

La baciò con trasporto. Rhenya gli passò un braccio intorno alla vita, l’altra mano salì fino alla sua nuca. Il giovane cavaliere imparò più con quel bacio che con tutti quelli che aveva dato fino a quel momento. “So esattamente cosa voglio da te, Rhenya Blackfire.”

Il viaggio di ritorno fu veloce. Cavalcarono verso Stratholme giorno e notte, facendo poche soste. A metà strada, si salutarono. Rhenya intendeva fare rapporto a Silvermoon.

“Quello che abbiamo visto a Caer Darrow è sicuramente di natura magica. Devo informare i miei superiori” aveva detto.

Arrivato, una grande folla era davanti alla tenuta di Lord Rivendare. Quello che sembrava un paladino, stava cercando di tranquillizzare le persone. Æthel fermò un passante.

“Ehi, che succede?”

“Lord Rivendare! È sparito! Dicono che abbia tradito l’Alleanza!” il ragazzo si liberò dalla presa con uno strattone.

‘Tradito? Ho servito un traditore?’

Sconsolato, si diresse alla taverna. Si buttò nel letto. Era stanchissimo. Guardò fuori dalla finestra. La folla si stava disperdendo. Poi tornò a sedersi. Dalla sua borsa da viaggio tirò fuori il suo trofeo.

“Non ho più un lord da servire. Ma almeno ho questa. Il mio primo trofeo…”

Fissò la treccia corvina di Rhenya Blackfire.

Illustrazione in evidenza di arhiee