House of the Dragon 1×03 – Dèi o uomini?

“Dicono che i Targaryen siano più dei che uomini.” La terza puntata di House of the Dragon, “Secondo del Suo Nome”, sembra costruita proprio intorno a questa credenza popolare di Westeros, confermandola e smentendola allo stesso tempo.

Ci troviamo sicuramente di fronte ad un episodio più lento rispetto ai primi due. “Secondo del Suo Nome” è pieno di dialoghi, una puntata molto parlata e con poca (ma d’impatto) azione, concentrata all’inizio ed alla fine dell’episodio.

Tuttavia, questo terzo appuntamento con House of the Dragon ruota essenzialmente intorno a quelli che, finora, possiamo considerare i tre personaggi principali della serie: Viserys, Rhaenyra e Daemon Targaryen. Procediamo con ordine, specificando che seguiranno SPOILER

Paddy Considine è Re Viserys I Targaryen

Re Viserys si conferma, per chi scrive, il miglior personaggio della serie fino a questo momento, sia per la scrittura di Ryan Condal, sia per, e ci tengo a sottolinearlo, per la prova attoriale di Paddy Considine, in grado di dare al personaggio uno spessore considerevolissimo e assente anche nei libri. Viserys è il primo personaggio che smentisce la frase pronunciata dalla figlia Rhaenyra e che abbiamo riportato all’inizio dell’articolo. Una persona che ci viene rappresentata come tragica ed allo stesso tempo patetica. Un uomo essenzialmente buono, ma palesemente inadatto a regnare, continuamente tirato da un lato all’altro da personaggi subdoli che non pensano minimamente al bene del reame ma solo e soltanto al tornaconto personale, con l’ossessione di non scontentare nessuno. E proprio questo ultimo tratto è la rovina di Viserys, che ne esce tormentato, divorato dal dubbio per ogni decisione che prende, messo in crisi con la sola esistenza di un bambino, suo figlio Aegon. Tutto questo raggiunge il suo apice nella scena in cui lo vediamo ubriaco davanti al fuoco, probabilmente la migliore dell’episodio. In quei frangenti vediamo tutta l’umanità e la debolezza di Viserys venire a galla. Vediamo i dubbi sulla successione che lo tormentano ancora, a distanza di tre anni dalla scelta fatta di nominare la figlia come erede al Trono di Spade. In questa occasione vediamo quindi la smentita della frase iniziale. I Targaryen non sono affatto più dei che uomini. O almeno non lo è Re Viserys I.

Milly Alcock è la giovane Rhaenyra Targaryen.

Passiamo quindi a Rhaenyra. A seguito di questo time-skip troviamo la Principessa della Roccia del Drago in una situazione non certo piacevole. Rhaenyra in questi tre anni ha praticamente perso tutti, è rimasta (quasi) sola. Il padre è preso dalla nascita del tanto desiderato figlio maschio, quella che era la sua migliore amica è diventata la sua matrigna con il quale ha sviluppato un rapporto non più idilliaco e, cosa più importante, il resto dei lord di Westeros sembra ormai vederla come una pedina da accaparrarsi. Nella parte centrale di questo episodio, svolta in una battuta di caccia per festeggiare il secondo compleanno del principe Aegon, ci viene mostrato tutto lo stato di disagio in cui si trova Rhaenyra. Lei è consapevole che nessuno, pur essendo lei l’erede al Trono, si trova lì per festeggiarla. No, tutte le attenzioni sono per Aegon, il quale per tutti i lord è il vero e naturale erede. Rhaenyra è donna, non conta più ora che è nato il figlio maschio. E vediamo l’esplicazione di ciò nell’interazione della giovane principessa con Lord Jason Lannister, nel quale possiamo notare come quest’ultimo, a tutti gli effetti, veda Rhaenyra come un trofeo da portarsi a Castel Granito. A tutto questo ovviamente va ad aggiungersi l’ormai pressante pensiero del matrimonio. Rhaenyra deve sposarsi per il bene della casata, come le fa notare inizialmente il padre, ma lei non ne vuole sapere, non vuole essere una pedina per i giochi politici. Decide quindi di prendere il cavallo ed andare via, seguita da quella che è forse l’unica persona che le è rimasta vicino (anche per dovere), Ser Criston Cole. Con il soldato della Guardia Reale, Rhaenyra sembra aprirsi, chiedendogli se il popolo l’accetterà mai come Regina. La risposta di Cole “saranno obbligati a farlo” ha un sottotesto che non fa altro che confermare quello che Rhaenyra già sospetta ed ha iniziato a vedere dalla nascita di Aegon: “non ti vogliono, ma saranno obbligati ad averti come Regina”. Segue quindi la scena della carica del cinghiale, che la Principessa stessa finisce con una rabbia che sa tanto di sfogo. E prima di tornare all’accampamento, ecco un’altra scena chiave di questa puntata: la comparsa del cervo bianco a Rhaenyra. All’inizio dell’episodio, l’avvistamento di questo animale leggendario nel Bosco del Re viene fatto passare come un segnale divino, che il subdolo ser Otto Hightower non perde tempo ad accreditare al nipote Aegon. È chiaro che un segno come questo, nel giorno del secondo compleanno del principe, sia una palese indicazione che è lui il vero erede al trono. Tuttavia, quello che Viserys uccide con qualche difficoltà (un ulteriore segnale della sua debolezza), è un cervo comune, non il leggendario cervo bianco, che invece si manifesta a Rhaenyra che a sua volta decide di non ucciderlo. Ed è con questo simbolismo da “prescelto” che Rhaenyra incarna la nostra frase iniziale. Lei è più vicina agli dei che agli uomini perché scelta dal destino (e qui se vogliamo possiamo anche trovare un collegamento con la profezia di Aegon).

Matt Smith è Daemon Targaryen

Ed infine, l’ultimo personaggio centrale di questo episodio, Daemon Targaryen. Il fratello del Re (con un Matt Smith sempre più convincente nel ruolo), lo vediamo solo alla fine ed all’inizio, impegnato ormai da diversi anni nella guerra nelle Stepstones, insieme a Lord Corlys Velaryon, contro i pirati comandanti dal Nutrigranchi. In questo episodio, Daemon ha avuto una sola battuta, eppure, il suo comportamento ci mostra come lui sia l’estremità esattamente opposta del fratello Viserys. Daemon Targaryen si sente davvero più dio che uomo, e lo dimostra la sua reazione quando riceve il messaggio dell’arrivo degli aiuti di Viserys. Perché in quella scena vediamo Daemon picchiare il messaggero? Semplice, perché il Principe Canaglia voleva e vuole vincere quella guerra da solo, senza l’aiuto del fratello, perché Daemon Targaryen si sente letteralmente dio. Ed arriviamo quindi all’ultima parte di questo terzo episodio, in cui Daemon piuttosto che subire l’onta dell’aiuto del fratello in quella che è la sua guerra, decide di affrontare da solo il nemico, in quella che è a tutti gli effetti una missione suicida. Tutto questo finale di puntata (in cui forse si è messa un filo di plot armor o comunque una sensazione di “esagerazione” generale), è completamente realizzato in funzione della crescita del personaggio di Daemon e della sua affermazione. Lo stesso Nutrigranchi, un personaggio che ha ricevuto in una certa misura un mini build-up da villain, in realtà non lo è mai stato, ma ha svolto ugualmente la sua funzione, ovvero quello di personaggio utile alla crescita di Daemon. E tutto ciò si sublima nella scena finale, dove vediamo Daemon emergere dalla caverna, come un dio o un eroe della mitologia classica, coperto di sangue e con il torso del Nutrigranchi. Un’affermazione chiara ed evidente: Daemon Targaryen, nella visione che egli ha di sé stesso e che sente continuamente di dover dimostrare, è più vicino agli dei che agli uomini.

Il terzo episodio di House of the Dragon serve quindi da morte e rinascita per i suoi tre personaggi principali. Viserys, Rhaenyra e Daemon Targaryen iniziano la puntata in un modo, per poi finirlo in un altro, morendo per i personaggi che sono stati nel primo e nel secondo episodio, e rinascendo in quelli che saranno da ora in poi. I tre definiscono per bene, ognuno a in un modo suo e differente, quella frase che accompagna la Casata del Drago da secoli: “dicono che i Targaryen siano più dei che uomini”.