Giorno 22 nelle Shadowlands

Non credevo che Selvarden mi avrebbe colpito così tanto.

C’è una pace incredibile qui. Una sorta di tranquilla serenità che non ho mai trovato da nessun’altra parte. E mi sono accorto che forse era una cosa che andava… Maturata, coltivata. Come un Semebrado. Forse è esattamente questo il segreto delle Terretetre. Il viaggio che sto facendo qui. Un percorso a più tappe.

Quello che sta succedendo qui è che le mie convinzioni si trovano scosse. Quando non proprio distrutte. I Silfi della Notte in particolare mi stanno toccando nel profondo, più di quanto avrei mai potuto credere. C’è una cura, nel loro modo di essere, che i Kyrian non hanno. Una furia guerriera da far impallidire i Necrosignori. E una passione intensa, profonda, per la vita. In ogni sua forma.

La sensazione che avevo avuto fin dall’inizio si è confermata, nei giorni seguenti. La leggerezza che caratterizza i Silfi è… Irritante, all’inizio. Ma stando con loro si comprende che questa non è frivolezza. Anzi. Tradisce invece una comprensione delle cose molto profonda, attenta, anche dolorosa alle volte.

I Silfi hanno compreso che la vita non è una linea retta, bensì un ciclo. Come un albero, che dopo essere avvizzito rinasce nel suo stesso seme. Le stagioni si avvicendano e la natura protegge sé stessa, anche a costo di sacrifici. Del resto, in autunno, l’albero perde le foglie, no? E non è una celebrazione della morte, bensì una preservazione della vita. Ecco, Selvarden è questo: un albero in autunno. Le fronde, un tempo rigogliose e splendide, stanno lentamente spogliandosi. E sembrerebbe un processo del tutto logico, giusto, se non fosse qualcosa di artificiale e se questa mano esterna fosse ben percepibile in qualunque momento.

Selvarden tenta di proteggere la vita. E per farlo, sacrifica ogni volta un po’ della sua essenza. La siccità non sta lasciando nulla, se non boschi vuoti e freddi, dove il gelo dell’inverno e della tomba ha mietuto ogni stilla di bellezza.

Spesso si usa l’espressione ‘guscio vuoto’. La magia vile, ad esempio, lascia le sue vittime in quello stato.

Ma non si comprende davvero il senso di quell’espressione finché non si arriva a Tirna Noch.