Il potere di un Dio

Rogal corse più veloce che poteva, al meglio che le sue tozze gambe da orco potessero permettergli in quella notte tempestosa nella Foresta di Elwynn. La pioggia batteva incessantemente contro la sua armatura e lo appesantiva tantissimo, rallentandone ancora di più i movimenti.

“Cosa potrai mai essere stato quel boato?” chiese un altro orco alla sua destra, la voce profonda e gutturale, tipica della loro razza.

“Non lo so, Gish… per questo dobbiamo sbrigarci a tornare all’accampamento… Ho un brutto presentimento…” rispose Rogal al compagno, un giovane orco forte, muscoloso, nel pieno del vigore, con folti capelli neri raccolti in due lunghe trecce che gli scendevano fino al petto. Qualunque cosa avesse provocato quel boato, non prometteva certo niente di buono. Non in piena notte.

“E se fossero stati gli umani? Quei cani maledetti sono sempre pronti ad attaccarci, non vogliono ancora arrendersi alla supremazia dell’Orda” disse un altro orco ancora alla sinistra di Rogal. Era il più vecchio dei tre e conduceva una vita stanca ed annoiata a Draenor, ma aveva trovato una nuova ragione di vita e la voglia di rivivere i fasti della giovinezza quando si era unito a quell’esercito che avevano chiamato Orda.

“Gli umani non attaccherebbero mai un piccolo avamposto come il nostro nel cuore della notte. La nostra postazione non conta più di cinquanta forti guerrieri e stregoni, non possono essere loro, Zok.” rispose di rimando Rogal. Eppure, c’era qualcosa che non lasciava Rogal affatto tranquillo…

I tre compagni continuarono a correre, superando ogni albero che gli si parava davanti. Il terreno reso fangoso dalla pioggia, non era certo loro alleato, ma quei tre orchi alla fine giunsero in prossimità del loro accampamento. Arrivati a pochi metri, rallentarono il passo, e si nascosero dietro due alberi. Davanti a loro c’era un paesaggio devastato, l’accampamento bruciava, e cadaveri giacevano ovunque gli occhi di Rogal guardassero. Eppure, non c’era nessun esercito. Al centro dell’accampamento, in piedi e disposti a formare un triangolo, c’erano solo tre umani, tre maschi.

Il primo era un uomo molto giovane, in armatura a piastre, ma senza l’elmo. Aveva dei lunghi capelli neri ed un viso delicato, in mano teneva una spada nella cui elsa era presente il leone dorato del regno umano. Rogal capì che doveva trattarsi di qualche nobile. Anche l’altro al suo fianco era un guerriero in armatura, ma molto più corpulento del primo. Aveva i capelli più corti del guerriero nobile ed un viso più severo. Ma quello che maggiormente colpì Rogal fu il terzo uomo. Non era un guerriero, perché indossava una semplice tunica dai colori scuri. L’orco non riuscì a vedere il suo volto poiché esso era coperto da un cappuccio, e l’oscurità della notte non aiutava certo la vista. Tuttavia, l’orco Rogal era certo che quello fosse il più giovane dei tre. Era troppo esile per avere più di una ventina d’anni, forse anche di meno.

“Tre? Solo tre? Come diavolo hanno fatto solo tre uomini a causare tutto questo!?” Gish era furioso, e le zanne che spuntavano dalla sua bocca tremavano di rabbia.

“Non è possibile, i loro compagni saranno già andati via, tre miseri umani non possono mai avere la meglio su cinquanta valorosi e forti guerrieri dell’Orda. Io dico di attaccarli.. sono in tre come lo siamo noi, vendicheremo i nostri compagni.” disse a sua volta il vecchio Zok, negli occhi un lampo di frenesia, stava già pregustando la prossima gloriosa battaglia della sua vita.

Rogal guardò entrambi ma non rispose. I tre umani stavano parlando tra di loro, ma la pioggia disturbava il suo udito. L’orco tuttavia voleva ascoltare, voleva sapere cosa fosse successo nel loro accampamento prima di buttarsi alla cieca in una battaglia nel cuore di quella notte di tempesta. Così, con tutta la cautela e la furtività di cui era capace, fece qualche passo in avanti, e tese le orecchie mettendosi in ascolto..

“Però, per essere un principino dai capelli sistemati te la cavi bene con quella in mano” stava dicendo il guerriero corpulento indicando con la mano la spada con il leone sull’elsa. Sul suo volto aveva un’espressione divertita ed un sorriso beffardo.

“Tu mi sottovaluti sempre, Anduin. Per essere un buon Re quando ascenderò al trono di mio padre dovrò pur saper maneggiare una spada e combattere” rispose il guerriero giovane, mentre la spada picchettava sulla sua spalla.

“Sarà forse perché sei sempre stato più attratto dalle donne che dalla battaglia, Llane!” disse l’altro uomo, ed i due scoppiarono a ridere insieme. Poi Llane si fece più serio e riprese a parlare.

“Non è stato tanto difficile togliere di mezzo questi orchi”, disse dando dei piccoli colpi con la spada al cadavere carbonizzato di un soldato dell’Orda proprio sotto di lui.

“Beh, il grosso l’ha fatto Med, come al solito…” replicò Anduin.

Ma il terzo uomo non si unì ai commenti dei due guerrieri. Con il volto sempre nascosto dal cappuccio guardò dritto in direzione dei tre guerrieri Orchi.

“Voi tre, uscite da lì, dobbiamo parlare.” La sua voce era piatta, non tradiva nessuna emozione. Subito anche Llane ed Anduin guardarono nella loro direzione, stringendo la presa sulle loro spade.

Rogal, Gish e Zok si guardarono esterrefatti. Come diavolo era riuscito quell’umano a vederli da quella distanza e con quella pioggia battnte? I tre orchi uscirono così dagli alberi, e si palesarono alla vista dei tre umani.

“Ragazzi, andate pure a recuperare i vostri cavalli, qua ci penso io” disse l’uomo incappucciato ai suoi due amici e quelli facendo un cenno di assenso con il capo, si voltarono e correndo sparirono nella cortina di pioggia.

“Andatevene se non volete fare la fine dei vostri compagni. E dite a colui che vi comanda di ritirare il suo esercito.”

Come osava l’uomo incappucciato di parlare loro in quel tono? Ed aveva persino mandato via i suoi compagni! Li riteneva forse così deboli? Loro? I guerrieri della gloriosa Orda?

“Sei tu che farai una brutta fine umano!” Gish non si era riuscito a trattenere, e con uno scatto estrasse un pugnale dalla sua cintola e lo scagliò contro l’uomo di fronte a sé. Ma l’arma non raggiunse mai il suo bersaglio. All’uomo incappucciato bastò infatti alzare leggermente una mano, affinché dei cristalli di ghiaccio si formassero sul pugnale scagliato da Gish, per congelarlo e poi frantumarlo quando l’uomo fece un semplice schiocco delle dita.

“Mossa poco saggia la tua, giovane orco.” Adesso era la voce dell’uomo misterioso ad essere divertita. “Lascia che ti mostri come sferrare un attacco rapido.”

Il misterioso nemico puntò un dito contro Gish il quale, improvvisamente, prese a rantolare. Dalla sua bocca iniziò a sgorgare copiosamente del sangue, ed il dolore si propagò velocemente in tutto il suo corpo. Con uno sforzo enorme, il giovane orco abbassò lo sguardo ed vide una stalattite di ghiaccio nel suo petto. Sbarrò gli occhi e poi cadde pesantemente in avanti sul terreno.

Rogal guardò la scena pietrificato, mentre Zok si fece prendere dal furore della battaglia.

Afferrò la sua ascia e si lanciò contro l’umano emettendo un poderoso grido di battaglia. Ma fece solo pochi passi, quando l’uomo incappucciato mosse l’altra mano e lingue di fuoco comparvero dal nulla legandosi alle braccia ed alle gambe del veterano, iniziando a bruciargli gli arti. Zok iniziò ad urlare dal dolore che quelle fiamme gli stavano provocando, ed in quel momento, l’uomo incappucciato guardò verso di lui. Un’enorme palla di fuoco sfrecciò come la più rapida delle frecce dalle sue spalle, ed esplose appena entro in contatto con il veterano, sbalzandolo a metri di distanza.

Tutto ciò era incredibile, impossibile. In pochi secondi, Rogal aveva perso entrambi i suoi compagni, e senza che il loro nemico si spostasse di un solo centimetro! Tutto quello che aveva fatto era stato muovere le mani.. Com’era possibile? Rogal non aveva mai visto fare qualcosa del genere a nessuno dei potenti stregoni dell’Orda, nemmeno a Gul’dan in persona!

Si sforzò di non farsi prendere dal panico, dalla paura, dal terrore. Era un orco, un guerriero dell’Orda, avrebbe affrontato qualsiasi nemico con coraggio, con onore, senza mai retrocedere di un passo.

“I tuoi amici si sono dimostrati degli stolti… Vattene, sei l’unico che può ancora salvarsi se usa il cervello…”

Rogal ringhiò. “Chi diavolo sei? Non sei come gli altri umani…”

Ma l’uomo incappucciato non perse la sua calma. “Non importa chi io sia. Vattene, e dì al tuo capo quello che ho detto poco fa.”

L’orco estrasse piano la mazza ferrata e guardò determinato verso il suo nemico. “Rogal non abbandona mai il campo di battaglia. Rogal combatte sempre, finché non vince o non muore.” Dicendo questo iniziò a camminare verso il suo nemico, poi ad aumentare il passo sempre di più, fino a che non si ritrovo a correre.

“Che peccato…” riuscì a sentire Rogal dire all’umano prima che un fulmine illuminasse il paesaggio intorno a loro per un breve istante. Ed in quell’istante, la corsa dell’orco si bloccò. Si ritrovò pietrificato, incapace di muoversi. Il fulmine aveva dato luce al volto dell’uomo nascosto sotto il cappuccio e quello che Rogal aveva visto qualcosa che non aveva mai immaginato di poter vedere in vita sua. Il volto di quell’uomo era si quello di un umano, ma la barba che ornava il suo viso era letteralmente infuocata. Delle fiamme vive che gli ardevano in volto, senza mai consumarsi, senza mai perdere vigore. E poi due fiammeggianti occhi, rossi come il fuoco degli inferi che lo fissavano.
Di colpo, l’orco Rogal prese a sentire un caldo insopportabile. Un caldo sempre crescente, anche se la pioggia stava continuando imperterrita a martellare tutto il suo corpo. Sentì calore, alle braccia, alle gambe, al petto, alla testa…

“S-sacri…ant..enati” riuscì a stento a dire con gli occhi sbarrati, prima che una grande luce colpisse la sua vista ed e la sua fiamme si spegnesse per sempre.

Illustrazione in evidenza ufficiale Blizzard