Capitolo 9: Foglie d’autunno

POV: Z (Presente)

Da ore i suoi occhi fissavano quelle macerie, quel cumulo di mattoni anneriti dalle fiamme, erosi dalla pioggia e dal vento. La neve ed il gelo assediavano Silvermoon ma non erano ancora riusciti a conquistarla come invece avevano fatto con il resto di Quel’Thalas. All’interno delle distrutte mura di quella che era stata la capitale degli Elfi del Sangue, un timido autunno non voleva ancora arrendersi. Ma ormai era solo una questione di tempo. Tutto era in rovina. Macabri scheletri adornavano le strade laddove un tempo c’erano state le lanterne magiche che illuminavano la via agli Elfi nelle ore buie. E poi carri distrutti, macchie di sangue ormai essiccate per terra, vetrate infrante, animali selvatici che scorrazzavano ovunque… era una visione desolante, di quelle che Z mai avrebbe pensato o avrebbe voluto vedere. Eppure, in un certo senso, se lo aspettava. Z sapeva in qualche modo che quello che avrebbe trovato a Silvermoon era proprio il triste spettacolo che in quel momento aveva davanti agli occhi. Nonostante quella sensazione che l’aveva accompagnato durante quelle settimane di cammino insieme ai suoi due compagni gnomi, trovarsi ora davanti a quelle macerie di quella casa gli provocava dolore. Un dolore che non credeva più di riuscire a provare.

‘Kharonte… Ti ha ucciso davvero… Non sono arrivato in tempo…’

Accanto a lui, seduta, c’era la belva di mana. La bestia magica, sembrò avvertire lo stato d’animo di Z, ed iniziò a strofinarsi contro una delle sue gambe.

‘La mia patria…la mia patria è stata distrutta…’

Il silenzio regnava ora a Quel’Thalas. Un silenzio spettrale, angoscioso, terribile. Un silenzio che venne spezzato qualche secondo dopo da Akhouma.

“Ehi, sentite qui”, disse. Lo gnomo era sbucato dall’entrata senza più una porta della taverna con un libriccino tra le piccole mani. “È il diario del locandiere!”

Quest’ultimo era impoverito, ricoperto di polvere, aveva qualche bordo bruciacchiato.

‘Sarà rimasto lì da anni’

Akhouma iniziò a leggere.

“24 Dicembre.

Oggi si è presentato alla porta un mendicante. Diceva di essere un mercante di specchi ma non lo sembrava affatto. Mi sembrava più un vagabondo con quella tunica lercia. Cercava ospitalità ed aveva una ciotola in una mano ed un cucchiaio nell’altro. L’ho mandato via. Non voglio gente simile nella mia locanda.”

A Z venne d’istinto prendere il suo di libro. Lo aprì.

‘Cosa penseresti tu? Di sicuro saresti rattristata quanto me. Mi sarebbe tanto piaciuto farti vedere Silvermoon, amore mio. I suoi alberi incantanti, i suoi mille fiori colorati e profumati, la luce delle lanterne magiche che illuminavano la strada al calar della sera. Ed ora, non c’è più nulla. Ha distrutto tutto….’

Richiuse il libro. Il suo sguardo, stanco, afflitto, si spostò sul bastone sui si era appoggiato con l’altra mano.

‘Se solo avessi anche il resto di questo affare, potrei avere qualche possibilità. Invece la Chiave del Nexus è rimasta a lui..’

“Lascia perdere quel diario, Akhouma. Pensiamo ad accendere un fuoco. Tra poco perderemo anche quel poco di luce che è rimasta su questo mondo. Domani, appena tornerà, lasceremo questo posto. Ho sofferto già abbastanza.”

“Perché non partire adesso, allora?” intervenne Yazeed. Z si alzò il cappuccio è superò il piccolo gnomo, dirigendosi dalla parte opposta alla casa in rovina di Kharonte, la bestia di mana lo seguiva accanto a lui. “Perché non ho intenzione di combattere.”

Fu una notte irrequieta. Non passò molto tempo prima che sia Akhouma che Yazeed si addormentassero nei pressi del piccolo fuoco che riuscirono ad accendere nei pressi di dove una volta, prima della Rovina, sorgeva il Bazar. Dalla strada era adesso spuntato un albero, robusto nel tronco ma spoglio nei rami, nero come la notte che circondava i tre viaggiatori. Z si appoggiò proprio a quel tronco, intrecciando le mani dietro la testa, la bestia di mana, accucciata accanto a lui, sembrava osservarlo con i due fuochi blu che le fungevano da occhi. 

“Le cose stanno peggio di quanto pensassimo, amico mio.” Il suo tono di voce era basso, attento a non svegliare i due gnomi. “Dobbiamo assolutamente recuperare la Tempesta.” La bestia di mana sibilò. Un suono invase la mente dell’elfo.

“Lo sai che andare lì è pericoloso. La Tempesta potrebbe essere al di là del nostro braccio.”

“Non abbiamo scelta, mio amico fidato. Senza la Tempesta non potremo raggiungere il nostro obiettivo, è diventato troppo potente, non sentirebbe ragioni. Dobbiamo andare lì.”

Si alzò, appoggiandosi al suo bastone. Per qualche secondo, Z osservò i neri, spogli rami di quell’albero che aveva sventrato la terra. Poteva vedere le foglie color oro cadere, come succedeva una volta, quando Silvermoon era ancora la più bella delle terre di Azeroth. Cadere, come foglie d’autunno in un regno di eterna primavera.”

“Vieni”, disse rivolgendosi alla bestia, che si era alzata sulle zampe con lui. “Facciamo due passi, non riesco a dormire.” Si diressero proprio nella grande piazza del Bazar. Fino a due anni prima, in quell’ampio spazio si potevano vedere mercanti mettere in mostra la propria merce, gente comune passeggiare, e poi le banche, le aste… Ora, invece, non c’era più nulla. Le uniche presenze erano cadaveri, alcuni proprio in mezzo alla piazza distrutta, altri sotto colonne cadute ed andate in frantumi. 

“Ha una forza veramente spaventosa. Eppure amava Quel’Thalas, come l’amo io… com’è possibile che sia arrivato a questo?”

Un soffio di vento gli smosse il cappuccio. Z guardò la bestia di mana mentre camminava con passo lento poco davanti a lui, scavalcando uno scheletro dopo l’altro. Fu in quel momento che un sibilo colpì le orecchie elfiche di Z, il quale riuscì a scansarsi all’ultimo secondo. Balzò in avanti e si voltò di scatto. Davanti a lui si trovavano adesso tre uomini in nero, dagli occhi blu.

“Voi…” 

I tre individui dalle vesti nere non risposero, ma iniziarono a tessere incantesimi. La belva di mana superò velocemente Z, lanciandosi all’assalto dei draghi dell’infinito, mentre l’elfo del sangue sollevò il bastone fino ad afferrarlo al centro di esso. Z riuscì a deviare con la mano libera gli attacchi dei draghi in forma umana, mentre la belva di mana azzannò uno di loro alla mano. Il drago imprecò e gli altri due rivolsero le loro magie verso la fiera di Z. Quest’ultimo riuscì in modo incredibilmente veloce a lanciare un dardo di ghiaccio che si divise in due, colpendo i draghi uno alla spalla e l’altro al petto. La belva di mana intanto aveva uno dei draghi dell’infinito e stava lacerando un suo braccio. Con uno scatto che all’apparenza sarebbe stato impossibile per lui da fare, Z si precipitò sull’uomo, trafiggendolo con la punta del bastone, sforzò che comunque lo fece grugnire.

Z si sentiva esausto, sebbene non avesse fatto quasi nulla. La bestia di mana intanto si era lanciata contro gli altri due draghi, quest’ultimi ancora sofferenti per i dardi di ghiaccio lanciati da Z. La bestia di mana li sopraffece facilmente, e Z alla fine li finì. 

Il mago anziano torreggiò su uno dei nemici appena sconfitti, mentre la belva di mana si cibava delle loro energie magiche.

“Che volevano?” disse Z.

“Ucciderti, probabilmente”, rispose la voce nella sua mente. “Per loro puoi essere sempre un pericolo.”

Z girò un cadavere utilizzando il suo bastone. Il drago dell’infinito aveva gli occhi sbarrati, lo sguardo fisso verso il cielo. Il braccio destro era stato maciullato dalle fauci della bestia di mana. Poi, Z avvertì una presenza. Non lontana, era sicuro fosse dietro di lui, a pochi passi. Questa volta però, sapeva benissimo di chi si trattasse. Non ebbe bisogno nemmeno di voltarsi.

“Lavenix… Li hai mandati tu questi? Un manipolo piuttosto esiguo per un attacco.”

La donna ridacchiò. “Allora ti reggi ancora in piedi, non l’avrei mai detto! E’ da un po’ che non ci vediamo ormai, ma pensavo fossi cibo per corvi…”

Z alzò lo sguardo, ma non si voltò ancora. “Vattene, Lavenix. Questo non è posto per te.”

“Altrimenti che fai? Mi scateni contro la tua bestiola da compagnia? Non farà troppa luce?”

La bestia di mana si era messa tra Z e Lavenix. Stava ringhiando. L’elfo si voltò. Lavenix era una donna affascinante a prima vista. Capelli neri come la notte, un tunica dello stesso colore con una profondissima scollatura che le scendeva fino all’ombelico. I suoi occhi blu sembravano due zaffiri.

“Lo sai che non puoi competere contro di me.” Il tono di Z era fermo. “Cosa vuoi? Perché mi fai attaccare?”

La ragazza-drago iniziò a girare intorno all’elfo, lo sguardo malizioso, la voce melliflua.

“Il Lord dell’Infinito desidera la tua presenza, Z, e sono voluta venire a prenderti personalmente. L’ultima volta ci siamo lasciati un po’ male, non credi?”

La bestia di mana seguiva Lavenix con lo sguardo, pronta ad avventarsi su quella graziosa quanto terribile donna. Z era invece fermo, glaciale.

“Dì al tuo Lord che gli farò visita quando lo riterrò opportuno. E sarò io stesso ad infilzarlo.”

“Ma davvero? Sai, sapevo che saresti venuto qui, prima o poi. D’altronde questa è casa tua. Non pensi che queste ossa siano una bellissima decorazione per Silvermoon?” Lavenix si chinò e prese un teschio da un cadavere, tenendolo poi sul palmo della mano. 

“Vattene, Lavenix, non te lo dirò di nuovo.”

La ragazza si fermò. Aveva compiuto un giro completo intorno a Z. “Tu, verrai con me, Z. Il volere del Lord dell’Infinito è legge.” Lavenix formò una sfera di energia oscura in una mano.

“E’ così, dunque… Capisco…”

Z prese il bastone e lo alzò nuovamente. Questa volta però, lo protese davanti a se. Non parlò. Pensò solo quella frase.

“Vieni, amico mio, è ora.”

La voce nella sua mente rispose. “Z… sei troppo debole. Non possiamo. Sai che è pericoloso.”

“Fidati di me.”

La belva di mana così ringhiò e si voltò verso l’elfo. Improvvisamente si mise a correre verso il mago, balzò, come a volerlo attaccare…. e la sua essenza venne assorbita dal bastone di Z. Un’aura circondò un momento dopo l’elfo, che si raddrizzò di colpo. Le rughe scomparirono dal suo viso, dalle sue mani. Il suo corpo riacquistò la forza che un tempo aveva avuto. Il bastone si fece di un oro accecante, come se Z stesse impugnando una stella del cielo. 
Un gran vento iniziò a soffiare sul fulmine, come una tempesta arrivata dal nulla.

“C-cosa significa questo!!?” Lavenix era su tutte le furie. Attaccò furiosamente Z scagliando sfere di energie e fulmini neri contro l’elfo, ma a Z bastò alzare una mano per neutralizzare tutti i colpi della ragazza-drago.

“Che succede qui!? Z!!!” Yazeed era apparso dall’entrata del Bazar, dietro di lui accorse Akhouma. 

Z si limitò a guardarli, poi proseguì la sua marcia verso Lavenix, con una tempesta magica ad avvolgerlo. Il drago dell’infinito tesse un altro incantesimo e lo scagliò con rabbia verso il mago, ma quest’ultimo si mosse talmente rapidamente da arrivare ad un palmo dal viso di Lavenix. Al mago basto un gesto per scaraventare la ragazza-drago a terra. Le puntò il bastone alla gola.

“Vattene, Lavenix. Riferisci al tuo lord che lo infilzerò presto. Non voglio rivederti più.”

Lavenix era furibonda. Digrignò i denti, guardando Z con astio. “Non finisce qui Z… non finisce qui.” Poi, in un vortice di piume nere, la ragazza drago sparì.

Un momento dopo la tempesta magica cessò, e Z crollò in ginocchio. Era madido di sudore, respirava a fatica. L’aura intorno a lui svanì e la bestia di mana uscì dal bastone, che cadde al suolo. 

“Z!! Z!!!” L’elfo, sentì le voci di Yazeed e Akhouma, ma gli sembrarono lontane. 

Si tenne il petto, poi si guardò la mano destra. La sue pelle si era squamata, crepe gli salivano fino a sopra il braccio. Pezzi si staccavano, cadendo a terra, proprio come le foglie d’autunno del colore dell’oro che un tempo coprivano le strade di Quel’Thalas.

Z guardò la belva di mana vicino a lui.

“Dobbiamo sbrigarci…”

Illustrazione in evidenza di C. A. Gutierrez