Il Medaglione

Quando aprì gli occhi, non vide altro che oscurità. Ovunque rivolgesse il suo sguardo, in qualsiasi direzione, non vi era altro che il vuoto. Non c’erano montagne, non c’erano fiumi, non c’era nemmeno un orizzonte. L’unica cosa che Jaina aveva di fronte a sé era un grande buio, e non riusciva a vedere se non a pochi metri da sé. Lì, Jaina vide quelle che le sembravano spettri, ombre danzanti, senza forma, che si muovevano, si trascinavano in una direzione o nell’altra, senza nessuna meta. Dove si trovava? Come era arrivata in quel luogo? L’ultima cosa che ricordava era di essere stata colpita alle spalle da una freccia di un soldato dell’Orda, ne aveva riconosciuto la punta. Era morta? La sua vita era dunque finita? Perché allora aveva ancora il suo corpo?

Incerta, con cautela, Jaina Proudmoore iniziò a muovere qualche passo. Camminò, e camminò, e camminò… ma il paesaggio che si stagliava davanti ai suoi occhi era sempre il medesimo: oscurità ed le ombre danzanti, in ogni direzione.

“C’è nessuno qui? Dove mi trovo?”

Più che delle domande la sua era una richiesta d’aiuto. Aveva le lacrime agli occhi quando quelle parole lasciarono la sua bocca, quel luogo la inquietava, le metteva paura. Ma nessun’altra voce rispose alle domande di Jaina, gli unici suoni che le sue orecchie udirono furono dei lamenti, provenire da un luogo remoto. Era sola.

Disperata, cadde sulle ginocchia, ed istintivamente portò le mani al volto. Piangeva, voleva andar via da quel luogo, voleva tornare tra la sua gente, tra i suoi amici, e persino tra i suoi nemici, ma voleva andar via di lì. Mentre le lacrime le solcavano il viso senza sosta, senza neanche accorgersene si trovò a stringere tra le mani il medaglione che portava al collo. Il medaglione che lei stessa aveva regalato all’unico uomo che aveva davvero amato in tutta la sua vita, tanti anni prima. Quante cose erano successe da quel giorno, quanto crudele era stato il destino con loro due, specialmente con lei. Li aveva prima separati, poi messi uno contro l’altra.. infine aveva deciso di far tornare quel medaglione nelle sue mani nel più crudele dei modi, consegnatole da un semplice soldato, che le portò anche la notizia della morte di quell’uomo che ormai non era più un uomo, ma la più grande minaccia di tutto il pianeta Azeroth. L’aveva conservato quel medaglione, perché lei sapeva, sapeva che lui era ancora nel fondo di quell’essere freddo e spietato che sedeva sul Trono Ghiacciato di Icecrown. Lo sapeva, l’aveva sempre saputo, perché nessuno l’aveva conosciuto, lo conosceva meglio di lei.

Fu quando la sua vista, ancora annebbiata dalle lacrime che le riempivano gli occhi si posò sul medaglione che accadde qualcosa di inaspettato. La pietra incastonata al centro della collana iniziò ad emanare una luce, prima flebile, poi via via sempre più intesa, fino a raggiungere la stessa luminosità che avrebbero avuto cento e cento soli, tanto da costringere Jaina a distogliere lo sguardo e lasciar cadere il medaglione per terra.

“Jaina.”

Fu come essere stata colpita nuovamente, ma questa volta al centro del petto. Quella voce…quella voce…no, non era possibile. Quante volte l’aveva sognata? Quante volte il vento le aveva fatto lo scherzo di credere di averla sentita nuovamente? Ed ora quel luogo oscuro, vuoto, privo di qualsiasi emozione si stava anch’esso prendendo gioco di lei. Ma di nuovo, quella voce raggiunse le sue orecchie, la sua mente, il suo cuore, ed ogni cellula del suo essere.

“Jaina.”

Lentamente, il Lord Ammiraglio di Kul Tiras si voltò e pensò che forse, anche i suoi occhi, avevano deciso di prendersi gioco di lei. Arthas Menethil si trovava proprio lì, a pochi passi, davanti ai suoi occhi. E non era il Re dei Lich, non era il Cavaliere della Morte di Ner’zhul, no. Era il Principe di Lordaeron, era l’erede al trono tanto amato dal suo popolo, era il figlio che rendeva orgoglioso Re Terenas, era il suo Arthas, un ragazzo slanciato, dai capelli biondi, la cui bontà si poteva vedere ad occhio nudo. Con l’incredulità stessa dipinta sul suo volto, Jaina non riuscì a dire una parola, ma si lanciò tra le braccia del suo amato, piangendo forse più di prima, ma stavolta non per la disperazione. Fu solo quando la sua testa si trovò appoggiata al suo petto che le parole trovarono la forza di abbandonare le sue labbra. Quell’incubo si era forse trasformato in un bellissimo sogno?

“Arthas! Arthas, ti prego, perdonami! Non avrei mai dovuto abbandonarti quel giorno a Stratholme, avrei dovuto venire con te a Northrend, seguirti, consigliarti.. non avrei ma dovuto lasciarti alle tenebre… è stata tutta colpa mia, ti prego, perdonami!”

“Jaina, amore mio…”, la voce di Arthas era dolce, rassicurante, proprio come Jaina la ricordava “non è stata colpa tua. Se una colpa c’è stata, era solo la mia, ma il mio destino era già scritto. Invece, tesoro mio, tu mi hai salvato. Non ho mai smesso di pensare di te, nemmeno quando quando ho smesso di essere completamente me stesso.. Tu mi hai salvato, ed attraverso me, hai salvato tutta Azeroth.”

“Se io ti avessi seguito, tu saresti ancora vivo, tutto quello che è successo, tutte quelle cose orribili non sarebbero mai accadute.” Jaina non riusciva a togliere i suoi occhi da quelli di Arthas. Quanto le era mancato guardarli, perdersi dentro di loro, non pensare a nient’altro che a quelle che erano state le sue due finestra sulla felicità per tanto tempo.

“Non sempre le cose vanno come noi vorremmo, amore mio. Il destino o gli dei, o chiunque decida il fato, aveva deciso che la nostra storia doveva essere questa”, nella voce di Arthas non c’era traccia di rimpianto, o di rabbia, o rassegnazione, ma di accettazione, di serenità, di pace. “Dobbiamo accettarlo Jaina, tu devi accettarlo e liberarti da questo peso. Non sentirti in colpa verso di me, io provo gratitudine verso il mio destino, perché per quanto oscuro esso sia stato, mi ha permesso di conoscere te, di riempire il mio cuore dei tuoi sorrisi, di dare al mio corpo l’esperienza unica dello sfiorare la tua pelle, di permettere alla mia anima di cibarsi dell’amore che mi hai dato…. tutto il resto, mia giovane apprendista”, nel dire queste due ultime parole Arthas sorrise, e Jaina sentì riempirsi la sua persona di rinnovato calore, “tutto il resto non conta.”

“Oh, Arthas… finalmente ti ho ritrovato, finalmente i fantasmi che per tanti anni mi hanno tormentato per tutti questi anni… Amore mio… solo tu potevi liberarmi da questo fardello.” Jaina mosse la sua testa in avanti, verso quella di Arthas, voleva sentire nuovamente le labbra del suo Principe poggiarsi sulle sue, baciarlo nuovamente… ma la bocca trapassò quella di Arthas.

“Questo posto non ti appartiene Jaina, questo è il Regno dei Morti… ed il mio tempo con te sta per esaurirsi..” Arthas guardò il medaglione ancora a terra, la cui luce che esso emanava stava quasi per spegnersi. “Vai Jaina, torna dalla la nostra gente.. Vai e riesci dove io ho fallito, guida il nostro popolo.. E quando guarderai il nostro medaglione, non pensare più alla morte, ai dolori, ai tormenti del nostro passato.. Pensa a questo momento che abbiamo avuto, e ricordati che io sarò sempre vicino a te… Ora vai amore mio.”

Quando pronunciò le ultime parole, la figura di Arthas stava rapidamente sbiadendo, per fare nuovamente posto all’ombra senza forma che occupava quello spazio prima dell’irradiazione della luce del medaglione.

“Io..non so come fare..” Di colpo, la voce di Jaina Proudmoore era tornata ad essere spaventata.

“Come tu hai salvato me…ora io salverò te…” la voce di Arthas era sempre più flebile, sempre più lontana. “Prendi il medaglione, chiudi gli occhi ed ascolta la mia voce…ti rimanderò io indietro…”

Jaina prese subito il medaglione da terra e con entrambe le mani se lo portò attaccato al petto, ma non chiuse subito gli occhi, aveva ancora qualcosa da dire..

“Ti amo…”, nuovamente le lacrime le solcavano il visto, ma adesso erano lacrime d’amore, lacrime di gratitudine, lacrime che preannunciavano una promessa. “Aspettami, tornerò da te… tornerò da te e niente e nessuno ci separerà più..” dopodiché chiuse gli occhi, ma anche se non lo vide, fu certa che Arthas, che ormai era quasi del tutto scomparso, le aveva sorriso. Si sentì chiamare da lui.

“Jaina…Jaina..Jaina…” la voce era prima vicina com’era stata fino ad un momento prima, poi divenne man mano più lontana…fino a sparire del tutto.

Quando Jaina Proudmoore riaprì gli occhi, si trovava nel letto delle sue stanze a Kul Tiras, aveva male alla spalla, e toccandola notò che gliel’avevano fasciata.

Si sentì un peso sul petto e subito tirò fuori le mani dalle coperte. Aveva in mano il medaglione. Se lo portò davanti, tenendolo in alto con il braccio. Le sue parole furono poco più che un sussurro.

“Grazie… Aspettami…”

In quel momento, un raggio di sole dell’appena arrivata alba del nuovo giorno colpì il medaglione, e la pietra posta al suo centrò brillò.

Illustrazione in evidenza di Magiclefty su DeviantArt