I Due Scudi: Parte 2

‘Si muovono male’, pensò Æthelweard. ‘Sembrano contadini, non guerrieri.’ Avrebbe dovuto dire “non paladini”, ma si rifiutava di definire qualcuno dello Scudo Rosso con quel titolo. Gente che aveva tradito l’Alleanza ed il proprio popolo per seguire una fede che era sfociata nel fanatismo.

‘Se solo avessi qui con me la mia spada… Gli mostrerei io come si batte un cavaliere della Luce a questi zoticoni.’ Ma Æthel non aveva la spada, né la cotta di maglia, né tantomeno la sua armatura. Quando era arrivato all’accampamento della Crociata Scarlatta gli avevano immediatamente confiscato tutto, legandolo ad un palo, seduto in una tenda mettendogli addosso una tunica sporca e strappata in più parti. Era passato un mese da quando l’avevano portato lì, dopo che gli uomini dello Scudo Rosso l’avevano colpito alle spalle facendogli perdere i sensi.

‘Sono stato uno sciocco. Un paladino del Silver Hand che si fa catturare in questo modo… Thomas riderebbe di me se lo venisse a sapere, e anche gli altri.’

Trasse un profondo respiro. L’aria era impregnata d’incenso e riscaldata dalle torce che illuminavano quella grande sala in quel diroccato castello che i Crociati avevano preso come base. Al centro della stanza, tre coppie di reclute si stavano allenando con spade di legno e lui era lì, appoggiato al muro dietro a loro, con le mani incatenate. Era la prassi di ogni giorno ormai. Lo facevano uscire dalla cella in cui lo tenevano soltanto per due motivi: o per assistere all’addestramento delle reclute o perché il Capitano voleva interrogarlo. Davanti a quei ragazzi, che Æthelweard aveva giudicato della sua età o poco più grandi, c’era un uomo possente, dalle braccia muscolose ed il torace come quello di un toro. I capelli avevano abbandonato il suo cranio, ma i due occhi verdi come smeraldi restituivano lo sguardo di un uomo di ferro, tanto severo nello spronare le sue reclute quanto devoto alla sua causa.

“Tenete su quegli scudi! O volete che vi trancino un braccio al primo fendente?! Se volete servire la Luce e la Crociata dovrete essere pronti a combattere ogni volta come se la vostra stessa vita dipendesse da quel combattimento, avete capito!? Ed io voglio vedere quella feroce determinazione in ogni allenamento, in ogni colpo!” Compì due volte avanti ed indietro il tragitto dalla recluta all’estrema sinistra a quella all’estrema destra. “Ed ora ricominciate! Ed occhio a non sbagliare di nuovo, se volete finire davanti a Lord Dathrohan o a Lady Whitemane!”

Le reclute erano rimaste in silenzio per tutto il tempo, non muovendo nemmeno un muscolo mentre Harthal Truesight, Lord Paladino dello Scudo Rosso si rivolgeva a loro. I tre ragazzi ripreso l’addestramento ed alla fine, si ripeté quello a cui Æthelweard si era abituato. Colui che Harthal riteneva si fosse allenato meglio combatteva contro il giovane paladino dello Scudo Blu, quello che era un prigioniero in tutto ma non in nome. Ad Æthel venne così posta una spada di legno in pugno. Quella sensazione era forse il momento più piacevole della giornata. Provare quella sensazione che solo una spada nel suo pugno sapeva trasmettergli, quella scarica d’adrenalina che aveva perso da quando era stato catturato, da quando come uno sciocco era caduto in un tranello.

La recluta di quel giorno era un ragazzo più basso di Æthelweard, come spesso accadeva, e dalla corporatura simile alla sua, come accadeva un po’ meno frequentemente. I suoi capelli erano corti e neri come la notte, il viso tondo senza pelo e due piccoli occhi marroni. Combattere incatenato non sarebbe stato facile, ma fino a quel momento Æthel se l’era sempre cavata, riuscendo sempre a sconfiggere i suoi avversari.

La recluta iniziò a girargli intorno. Æthelweard rimase fermo sulla sua posizione, non perdendo mai di vista il suo avversario. Quest’ultimo poi si lanciò contro di lui tentando un fendente alto, ma Æthel riuscì a schivarlo di lato e toccarlo sulla schiena. La recluta venne sbilanciata dal tocco della spada di legno e per poco non rovinò a terra ma riuscì a non cadere. Ripreso l’equilibro tentò un approccio meno spavaldo, avvicinandosi al paladino dello Scudo Blu cautamente, lo scudo alzato in posizione di parata. L’avversario di Æthelweard provò allora un attacco al torace, ma anche stavolta il paladino intercettò il colpo con la sua spada, deviandolo verso l’alto e dando quindi una spallata contro il petto della recluta. Pochi istanti dopo il migliore della giornata era steso a terra, la spada di legno sfuggita alla sua presa e volata via sul bianco pavimento della sala d’addestramento, rompendo il silenzio che aveva caratterizzato gli ultimi minuti… e finendo ai piedi di uomo che Æthel non ricordava di aver visto prima. Troppo concentrato nel duello con la recluta, Æthelweard non si era accorto del sopraggiungere del nuovo arrivato, un uomo più in là con gli anni rispetto a lui, ma dall’aspetto ancora fiero. Aveva lunghi capelli rossicci ed un folto pizzetto dello stesso colore. Gli occhi erano azzurri come il mare e sulla fronte portava una benda rossa. Era vestito semplicemente, con dei calzoni rossi, come gli stivali che indossava, ed un farsetto bianco con la L rossa stilizzata cucita sopra. La recluta che aveva duellato contro Æthelweard cercò impacciatamente di rimettersi in piedi mentre le altre e Lord Harthal diventarono tesi come le corde di un liuto. Evidentemente nessuno di loro si era accorto di quell’uomo. Fu proprio l’addestratore il primo a cercare di parlare. L’aria sembrava essersi elettrizzata.

“M-milord quando siete…?”

Ma l’uomo lo interruppe con un gesto della mano, non togliendo il suo sguardo da Æthel. Si avvicinò a piccoli passi verso di lui.

‘Chi è quest’uomo? Non l’ho mai visto qui…’

“Combatti bene, ragazzo. Chi ti ha insegnato? Tuo padre?”

Æthelweard si sentiva stranamente a disagio. L’uomo che aveva davanti non aveva un tono aggressivo, al contrario, era molto pacato e nei suoi occhi non riusciva a vedere malizia. Eppure, c’era qualcosa in lui che metteva quasi in soggezione il giovane paladino. Æthel si fece forza, deciso a non soccombere a quella sensazione immotivata.

“Sono un paladino del Silver Hand, addestrato fieramente dall’Ordine.” L’ultima parte della frase non era vera, ma Æthelweard fece del suo meglio per non darlo a vedere. Nessun paladino lo aveva mai addestrato, lui si era forgiato combattendo per questo o quel lord durante la Seconda Guerra. E per l’Alleanza di Lordaeron, ovviamente.

“Un paladino del Silver Hand, hai detto…” Æthel notò un pizzico di disgusto misto a rammarico nelle parole del suo interlocutore nel pronunciare il nome dell’Ordine dei Paladini. Poi si chinò e raccolse la spada di legno ai suoi piedi. Si rivolse alla recluta più vicina ad Æthelweard.

“Togliete le catene a quest’uomo. Voglio duellare con lui.”

Lord Harthal ebbe un sussulto.

“Milord abbiamo avuto ordini precisi di…”

L’uomo gli rivolse uno sguardo di ghiaccio. “Ed io ti ordino di liberarlo. Non combatterò con un uomo disarmato. Vuoi forse rischiare di disobbedirmi?”

Æthelweard non aveva mai visto Lord Harthal così teso. Il suo desiderio di compiacere quell’uomo era evidente.

“Certo che no Milord…” Fece un cenno alla recluta, che liberò quindi Æthel dalle sue catene. Sentire di nuovo i polsi liberi fu una sensazione bellissima, anche se gli facevano male dopo tutto quel tempo passato sotto quel giogo.

“Vieni avanti, paladino”, lo incitò l’uomo. “Mostrami di cosa è capace il Silver Hand.”

‘Mi sottovaluta, crede di aver già vinto…’

Æthelweard si sentì improvvisamente esasperato dal caldo. Gli sembrò quasi di poter sentire il consumarsi di ogni singola torcia presente in quella sala. Se avesse avuto con sé la sua armatura sarebbe addirittura svenuto probabilmente. Si costrinse nuovamente a trarre un profondo respiro. Il suo avversario lo attendeva sul posto, la spada di legno abbassata sul fianco destro.

‘Non ha intenzione di difendersi? O si aspetta che non lo attacchi?’

Una goccia di sudore imperlò la fronte di Æthel mentre decideva la sua mossa. Non aveva intenzione di gettarsi in un attacco frontale come aveva fatto la recluta contro di lui, gli sarebbe toccata la sua stessa sorte. Aveva più probabilità di successo con un fendente laterale, pensò.

‘Non ha uno scudo…’

Æthelweard si mosse cautamente, compiendo un quarto di giro intorno al suo avversario, poi tentò l’attacco. La sua spada si mosse verso il braccio sinistro dell’uomo misterioso, ma quest’ultimo con una velocità incredibile compì una piroetta di lato e poi calò un pesante colpo sulla schiena di Æthelweard che finì immediata a terra. L’uomo gli girò intorno.

“Alzati, paladino. In piedi.”

Æthelweard riassunse la posizione eretta più in fretta che poté.

‘È stato velocissimo… Quest’uomo è abile…’

Ancora una volta il suo avversario non lo attaccò.

‘Forse posso vincere con la mia forza fisica. Sono più alto di lui… Se lo carico forse ho una possibilità di vincere.. devo solo essere pronto a schivare…’

E così fece. Tentò l’assalto frontale al suo avversario, e riuscì a schivare il suo contrattacco quando egli deviò il suo colpo con la spada di legno… Ma non riuscì a schivare l’altro colpo, quello successivo, l’uomo lo colpì al fianco sinistro e poi al collo con due fendenti potenti e precisi che mandarono Æthelweard sulle ginocchia. Si sentiva il fiato mozzato.

L’uomo dello Scudo Rosso gettò la spada a terra.

“Non sei un paladino. Sei solo un ragazzino non tanto migliore di queste reclute qui.” Poi si rivolse ad Harthal. “Sono venuto a prendere il nostro ospite. Il Capitano desidera interrogarlo nuovamente.”

Il Lord Paladino si inchinò. “Come desiderate, Milord.” Æthel fu di nuovo incatenato, poi l’uomo che lo aveva sconfitto con tanta facilità afferrò una torcia e si rivolse a lui.

“Seguimi.” Æthelweard uscì dalla sala d’addestramento senza proferir parola.

Percorsero un lungo corridoio in silenzio, arrivando in quella che in passato doveva essere la sala dei ricevimenti del castello, ora un luogo freddo ed inospitale esposto direttamente alla luce del e delle stelle. Tutto era in rovina in quel luogo e più di una volta Æthel si era chiesto perché lo Scudo Rosso indugiasse in quel maniero diroccato. Da quando era stato catturato aveva avuto poche notizie dall’esterno, apprese soltanto dalle fugaci voci di questo o quel membro della Crociata. Alla fine era giunto a conclusione che le attività dei non-morti si erano intensificate, e lo Scudo Rosso non voleva rischiare uno scontro aperto. O semplicemente non voleva cedere quella postazione ai nemici.

Stavano salendo le scale che portavano agli alloggi del Capitano quando l’uomo si rivolse a lui, senza voltarsi a guardarlo.

“Quanti altri membri dell’Ordine sono rimasti là fuori?”

Æthelweard lo guardò mentre continuava a salire i gradini. “Volete che vi dica dove trovare i miei confratelli? Vi facevo più saggio…”

L’uomo non cadde nella provocazione, restando calmo. “Io non sono un cacciatore, io servo la Luce.”

Una risata amare uscì dalla bocca di Æthelweard. “Cosa ne volete sapere voi traditori dello Scudo Rosso della Luce? Le avete voltato le spalle, come avete fatto con la vostra gente.”

Fu in quel momento che l’uomo si girò di scatto verso di lui, portando il suo volto ad un palmo da quello di Æthel.

“Traditori?!” I suoi occhi stavano fiammeggiando. Alla luce della torica i capelli rossicci stavano brillando. “Pensi che alla Luce importi qualcosa del colore di questa o di quella che hai tu lì, ragazzino!?” Si toccò la L stilizzata rossa.

Æthelweard cercò di sostenere lo sguardo del suo interlocutore, sebbene non si aspettasse quella reazione rabbiosa. “La Luce giudica le nostre azioni e le vostre sono malvagie. Avete ucciso la vostra stessa gente, le date ancora la caccia, pensate che quelli come me siano vostri nemici quando apparteniamo tutti allo stesso popolo.”

L’uomo lo fissò per un lungo istante. Æthel sentiva su di sé quello sguardo, ma non abbassò il proprio. Poi colui che lo stava conducendo all’ennesimo interrogatorio tornò a guardare davanti a sé.

“La Luce giudica il cuore degli uomini, non gli schieramenti. Ed io so che il mio cuore è giusto. È la cavalleria che rende un uomo cavaliere, non la spada. Senza onore, un cavaliere non è altro che un comune assassino. È meglio morire con onore che vivere senza.” Tornò a salire i gradini. “Ricorda questo, ragazzo.”

Æthelweard pensò a quelle parole per il resto della salita. Per molto tempo si era chiesto perché la Luce rispondesse alle preghiere degli uomini dello Scudo Rosso nonostante le loro azioni. Quel dubbio non gli dava pace, possibile che fossero nel giusto? Aveva rifiutato quell’opzione, non la credeva possibile. Ma adesso, forse, aveva trovato la risposta che cercava.

“La Luce giudica il cuore degli uomini, non gli schieramenti.”

Arrivarono sulla soglia della stanza del Capitano. L’uomo si fermò e così fece Æthelweard dietro di lui. La domanda uscì dalla bocca del giovane paladino quasi da sola, senza che lui avesse realmente la volontà di porla.

“Chi vi ha insegnato queste cose?”

L’uomo bussò. “Mio padre. È un paladino dell’Ordine.”

“Avanti!” Fece la voce del Capitano da dietro la porta, che l’uomo aprì subito dopo.

La stanza del Capitano non era diversa dal solito. Spaziosa, con candelabri accesi per far luce, tappeti rossi ai pavimenti. Il suo letto a baldacchino sulla parte sinistra ed un grande tavolo pieno di libri e mappe sulla destra. Il grande Scudo Rosso con la L di Lordaeron stilizzata appeso ad un muro.

“Milord!” Disse il Capitano con sorpresa nella voce, mentre interrompeva la conversazione che stava avendo con due guardie, le quali fecero un inchino nel vedere l’uomo. “Quando siete arrivato? Non sapevo foste qui o vi avrei reso tutti gli onori del caso!”

“Solo da un paio d’ore, Capitano.” Rispose cortesemente l’uomo. “Ho intercettato il vostro messaggero, ho detto che mi sarei occupato io di condurre qui il nostro…ospite. Volevo farmi un giro in questo posto.”

Il Capitano guardò Æthelweard, uno sguardo che lo turbava ogni volta. “Capisco… la ringrazio, milord. Finito l’interrogatorio sarò subito da voi.”

L’uomo annuì e si voltò per tornare indietro. Incontrò lo sguardo di Æthelweard e posò una mano sulla sua spalla. Poi cominciò a ridiscendere le scale. Æthel si voltò di scatto.

“Chi siete voi, ser? O siete forse un lord, come vi chiamano qui?”

Doveva saperlo. Doveva sapere chi era quell’uomo. Quest’ultimo si voltò verso di lui.

“Non sono un ser, né un lord. Mi chiamo Renault Mograine. Addio, ragazzo. Forse un giorno le nostre strade si rincontreranno… e allora mi dirai cosa c’è nel tuo cuore.”

“Vieni pure avanti, ser Æthelweard.” Disse poi il Capitano, che poi si rivolse alle guardie che erano con lui. “Voi due, occupatevi del Comandante Mograine. Fate in modo che non gli manchi nulla.” I due chinarono il capo e si congedarono, uscendo dalla stanza e chiudendo la porta dietro di sé.

Il Capitano si versò un bicchiere di vino. “Allora, siamo pronti per l’interrogatorio di oggi?”

Æthelweard odiava quei momenti. E soprattutto odiava stare insieme al Capitano nella sua stanza, da solo con lui… o forse sarebbe meglio dire con lei. Æthel ricordava ancora il suo stupore quando un mese prima aveva visto per la prima volta il Capitano, aspettandosi un uomo grande e grosso e trovandosi invece davanti ad una ragazza di pochi anni più grande di lui. Una ragazza dai lunghi capelli rossi e gli occhi verdi. La prima volta l’aveva vista con indosso l’armatura, ma nelle sue stanze il Capitano Alys Redspark vestiva più comoda. Quella volta aveva delle brache blu ed una raffinata camicetta bianca con la L stilizzata rossa all’altezza del cuore, e calzava degli stivali neri di velluto. La vista di quella donna turbava non poco Æthelweard, ed ogni volta finiva irrimediabilmente con il pensare a Rhenya Blackfire. Non aveva mai smesso di chiedersi se l’avrebbe rivista di nuovo, ma il pensiero che i non-morti avessero quasi raso al suolo Quel’Thalas alimentava ogni giorno di più le sue paure.

Æthelweard avanzò nella stanza, e si sedette alla sedia davanti al grande tavolo, mentre Alys occupò il posto davanti a lui, il bicchiere di vino in una mano.

“Hai intenzione di rivelarci la posizione dei tuoi confratelli, oggi, ser Æthelweard?” Æthel la guardò negli occhi. Si stava divertendo, per lei quello era ogni volta un gioco.

“Io non so niente, ed anche se lo sapessi non ve lo direi. Non tradirei mai i mei confratelli.” Stava guardando il grande Scudo Rosso appeso al muro.

“La Luce giudica il cuore degli uomini, non gli schieramenti.” Quelle parole non avevano lasciato la sua mente.

Alys rise. “Certo, certo. Voi siete un nobile paladino del Silver Hand. Un uomo d’arme tutto d’un pezzo. Gradite un po’ di vino?”

“Da quando si offre vino ai prigionieri?”

“Ma tu non sei un prigioniero, ser Æthelweard. Sei nostro ospite!”

Æthel sbuffò. “Sono stanco di questo gioco… uccidetemi e facciamola finita. D’altronde voi traditori uccidete quelli come me, no? Noi siamo vostri nemici…”

Il Capitano Alys si alzò dalla sedia e si portò vicino ad Æthelweard, appoggiandosi al tavolo. “Siamo tutti figli della Luce, ser Æthelweard, tutti desiderosi della sua grazia e della sua benevolenza.” Bevve un sorso di vino. “Tu non vuoi essere un figlio della Luce?”

Æthelweard scattò di rabbia. “Voi non avete alcun diritto di parlare a nome della Luce! Avete massacrato gente innocente!”

Alys rimase impassibile, per nulla intimorita dalla reazione del giovane paladino. “Eppure la Luce risponde alla nostre preghiere. Chi è che non ha diritto, quindi? Chi non si unisce alla causa della Crociata o chi ne fa parte? Quelli dello Scudo Rosso o quelli dello Scudo Blu?”

Ancora una volta, ad Æthelweard vennero in mente le parole pronunciate pochi minuti prima da Renault Mograine.

“La Luce giudica il cuore degli uomini, non gli schieramenti.”

Æthel guardò negli occhi Alys Redspark. “Io non ho nulla da dirvi. Potete rimandarmi nella mia cella.”

“Non questa volta” affermò il Capitano dirigendosi verso la mensola del camino, in quel momento spento. Prese una piccola cassetta e la aprì. Al suo interno c’era una chiave. “Oggi dormirai qui, ser Æthelweard. Con me.”

Lo sgomento invase Æthel. “C-cosa? Non ho nessuna intenzione di dormire qui! Rimandatemi nella mia cella!”

Alys si avvicinò a lui, la chiave ben in vista. “Lascia che ti mostri che non importa niente, Æthelweard. Scudo Blu, Scudo Rosso… sono davvero importanti?” Gli liberò le mani, lo fece alzare. “Siamo tutti uomini di Lordaeron, gente del popolo. La Luce ci ama in ogni caso. Qualsiasi siano le nostre azioni.”

Non aveva mai avuto Alys Redspark così vicina. La sua pelle profumava di pesca, sembrava essere morbida. I suoi occhi brillavano di vita, i capelli rossi splendevano alla luce dei candelabri. Le sue labbra, rosse come la sua chioma, sembravano promettere sapori sconosciuti ed inebrianti. Una voce dentro di lui lo rimproverò.

“Stai fraternizzando con il nemico… che paladino sei?”

Alys fece qualche passo indietro, ed iniziò a togliersi gli stivali. “Io ho un particolare modo di dormire, ser Æthelweard.” Non gli stava togliendo gli occhi di dosso. Ed anche Æthel era attratto da lei come da una calamita. Passò a togliersi la camicetta, scoprendo due seni generosi, ma che sembravano non soffrire la gravità. Æthelweard maledisse la sua natura di uomo e la reazione che il suo basso ventre ebbe a quella visione. Era incapace di proferire parola. Alys intanto si era tolta anche le brache.

“Io dormo nuda, ser Æthelweard.” Il piccolo fiore tra le gambe del Capitano fece diventare la sua erezione evidente. Alys Redspark si portò nuovamente vicino a lui.

“Mi sono sempre chiesta…” poggiò una mano tra le gambe di Æthelweard. “Come amino quelli dello Scudo Blu. Quanto sia forte il loro vigore, come prenderebbero il mio fiore…”

Di nuovo, sentì la voce dentro di sé.

“Rhenya… cosa penserà Rhenya..?”

‘Rhenya potrebbe essere morta…’ pensò lui. La voce di Alys sembrava più forte di tutto in quel momento. Anche delle sue più fervide convinzioni. “Come amano gli uomini dello Scudo Blu, ser Æthelweard? Tu lo sai?” Sembrava il canto di una sirena, un richiamo irresistibile. Æthel baciò Alys con passione, mentre lei lo spogliava fino a che anche il paladino non fosse vestito solo della sua pelle come lo era lei. Con un braccio Æthelweard liberò il tavolo e fece sdraiare il Capitano dello Scudo Rosso su di esso, mentre lui le mostrava l’amore dello Scudo Blu…

Più tardi, quella notte, ser Æthelweard giaceva sul letto a baldacchino, con al suo fianco il Capitano Alys Redspark, i loro corpi nudi illuminati dalla luce dei candelabri. Æthel guardò lo Scudo Rosso appeso dall’altra parte della stanza, sopra il tavolo. Le mappe ed i libri era finiti sparpagliati sul pavimento.

“La Luce giudica il cuore degli uomini, non gli schieramenti.”

In quel momento, ser Æthelweard si chiese come la Luce avrebbe giudicato il suo.

Illustrazione in evidenza di Declan McDermott