I Due Scudi: Parte 1

Stava piovendo quel mattino, ed il freddo pungeva il corpo di ser Æthelweard, mentre il giovane cavaliere fissava il mare davanti a sé. Di solito, quel molo era pieno di gente, ma il freddo dell’inverno aveva portato molte persone a scaldarsi al fuoco dei camini, almeno nelle prime ore del giorno. Le gocce che cadevano dal cielo plumbeo tintinnavano sulla sua armatura, usurata dai viaggi e dai combattimenti, aveva ammaccature sul fianco sinistro. Intorno a lui non c’era nessuno, il cavaliere era solo insieme alla pioggia ed ad una piccola barca attraccata poco distante da lui, cigolante a causa del vento. Il mare con quel tempo non poteva che essere burrascoso, ma Æthel non guardava le sue onde minacciose o la spuma mai doma. Il suo sguardo era rivolto all’orizzonte, oltre quella distesa d’acqua, dove c’era casa sua. Quella casa che aveva perso durante la Prima Guerra ma che era stata poi ricostruita.

‘Ed ora ho perso anche questa.’

La città di Riva del Sud era l’estremo confine meridionale del Regno di Lordaeron, o meglio, di quello che una volta era il Regno di Lordaeron. Quest’ultimo era stato infatti distrutto dall’ultima persona che persino un ragazzotto come Æthelweard potesse immaginare: il principe Arthas. Egli aveva assassinato il suo stesso padre, ed aperto le porte del regno a creature empie ed oscene. Non morti avevano seminato morte e distruzione in ogni villaggio, in ogni città, in ogni fattoria da nord a sud. Quella terra che per così tanto tempo era stata fertile, rigogliosa, piena di colori, ora era annerita, morta, maleodorante. Niente esisteva più, solo macerie e ombre. Così era ad Hearthglen, ad Andorhal, a Stratholme. La capitale era stata poi vittima di una guerra civile tra gli stessi non-morti, anche se Æthel non capiva quell’aspetto. Per lui i non morti erano tutti uguali. Tutti feccia da cancellare dalla faccia di Azeroth. Si guardò lo stemma sull’armatura, una mano bianca guantata su sfondo blu. Il Silver Hand, quanto lo aveva sognato… e quanto grande era stata l’amarezza di non riuscire a venir nominato ufficialmente un paladino.

La guerra contro i non-morti aveva spazzato via quasi completamente l’Ordine. Così si era nominato lui stesso un paladino, quando un giorno ne seppellì uno dopo un attacco dei non-morti nel piccolo villaggio di Brill, dove prestava servizio come guardia cittadina. Non sapeva nemmeno come si chiamava, quel paladino, ma aveva combattuto valorosamente, difendo la sua gente e la sua terra. Eppure egli era morto, mentre lui, un semplice cavaliere errante, era sopravvissuto. Æthel aveva preso la sua armatura, il suo elmo, la sua spada. ‘Per non lasciarla a quei mostri’ si era detto. Da quel giorno diceva di essere un paladino, ma fino a quel momento non aveva mai avuto bisogno del potere della Luce, perché altrimenti… Per quel che ne sapeva, ser Æthelweard poteva anche essere l’ultimo paladino rimasto al mondo.

Si strinse nelle sua armatura e si voltò. Era tempo di tornare dal suo signore, all’Isola di Fenris. Con l’elmo in una mano ed il passo lento, ser Æthelweard si diresse verso le stalle, per recuperare il suo destriero e mettersi in cammino. La pioggia aveva reso il terreno fangoso ed i suoi stivali affondavano leggermente ad ogni passo. Superando la locanda, Æthel notò alcune lanterne al piano di sopra ancora accese, poi lasciò dietro di sé la bottega dell’alchimista e la fucina del fabbro. Le stalle erano quasi vuote, c’erano soltanto due cavalli, il suo e quello a cui era in sella un ragazzo, a prima vista poco più giovane di lui. Insieme a quest’ultimo c’erano un uomo ed una donna. Æthelweard li scrutò tutti e tre. Il ragazzo era dalla corporatura robusta, con indosso un’armatura che pareva vecchia. Aveva i capelli rossicci e nemmeno un pelo sulla faccia. Dello stesso colore erano i capelli dell’uomo più anziano, anche se più diradati. Aveva la faccia tonda ed un ventre prominente. Tutto al contrario della donna, alta e snella dai capelli corti, di un castano scuro.

“Vai, ragazzo” stava dicendo l’uomo. “Servi l’umanità e riporta la nostra terra ai suoi legittimi proprietari.” Il cavallo sbuffò.

“Non vi deluderò, padre” rispose il ragazzo mentre la madre gli accarezzava la mano. “Lordaeron sarà di nuovo nostra. Lo Scudo Rosso prevarrà.”

‘Lo Scudo Rosso…’

Detto questo diede di speroni e lasciò le stalle. La donna scoppiò a piangere mentre l’uomo l’abbracciava. “Coraggio, cara. Il nostro ragazzo sarà un eroe! Lo Scudo Blu ci ha abbandonato. Se ne stanno a sud, governati da un re in mano a una puttana. E noi qui, senza più nulla, lasciati al nostro destino con i non morti che infestano le nostre terre! Nostro figlio sarà l’eroe di Lordaeron e lo Scudo Rosso si dimostrerà essere la vera umanità!”

Æthelweard li superò entrambi, badando bene di non guardarli in volto.

‘Fanatici, altro che salvatori…’

“Vieni, Onore… andiamo.” Montò in sella ed uscì anche lui dalle stalle. Si guardò intorno mentre al piccolo trotto si avviava verso nord. Una volta, fino a qualche anno prima, a Riva del Sud Æthel avrebbe visto uomini, nani ed elfi, ma ora solo i primi abitavano la città ed erano ben pochi. I nani erano tornati nelle loro terre, a nord, e quanto agli elfi… La loro patria si diceva avesse subito una sorte ben peggiore di quella di Lordaeron. Addirittura c’era chi sosteneva che tutti gli elfi di Quel’thalas fossero morti. Æthelweard non aveva un elfo da anno. E l’ultimo che aveva visto era proprio quello che avrebbe voluto tanto rivedere. Ogni tanto, quella sagoma prendeva forma nella sua mente.

‘Sarà morta anche lei?’

Gli sembrava di aver visto Rhenya Blackfire in un’altra vita. Spesso si era chiesto durante quegli ultimi tempi che ne fosse stato di lei.

‘Avrà sicuramente combattuto per difendere la sua terra e la sue gente, come ho fatto io.’

Questa era la risposta che Æthelweard dava sempre a quella domanda, ma era più una speranza che una convinzione. Del suo primo trofeo, la treccia appartenuta a Rhenya la Troppo-Bella, ormai non restava più nulla, distrutto da un incendio durante un assalto del Flagello.

Perso nei suoi pensieri, Æthel non si accorse di aver ormai lasciato Riva del Sud alle sue spalle. Onore avanzava a passo lento, era impossibile cavalcare in quel terreno reso fangoso dalla pioggia. Si ridestò quando le sue orecchie percepirono un urlo. Æthelweard fermò il cavallo e si guardò intorno.

‘Chi sta combattendo?’

Il suo pensiero andò subito ad un qualche attacco da parte dei non-morti. Stavano attaccando forse Riva del Sud? Doveva tornare indietro? Quella piccola cittadina aveva pochi soldati, un paladino avrebbe sicuramente fatto comodo…

Cercò di capire da dove provenisse quel grido mentre impugnò la sua spada e di nuovo, qualcuno urlò.

‘Viene da nord-ovest!’

Æthelweard tentò di aumentare l’andatura di Onore. Man mano che avanzava sentì i rumori del combattimento crescere. Nella nebbia fecero la loro comparsa due figure umane. Æthel capì che stavano duellando.

‘Perchè gli uomini combattono tra loro?’ si chiese. ‘L’umamità non ha già abbastanza nemici?’

Quando si avvicinò abbastanza, Æthelweard vide che i contendenti non erano altro che due ragazzi. Entrambi vestiti in cotta di maglia, brache e stivali. Non avevano elmo e stavano combattendo solo con la spada, gli scudi erano rovesciati sul terreno. Uno dei due ragazzi, dalla corporatura robusta ed i capelli corti biondi, stava puntando la sua spada alla gola dell’altro, atterrato, dal fisico più agile e con i capelli lunghi scuri.

Æthelweard smontò da cavallo. “Voi due, perché state combattendo? Che succede?” chiese mentre si avvicinava ai duellanti. I due ragazzi lo guardarono. Æthel notò che entrambi si soffermarono a guardare il simbolo del Silver Hand e la L stilizzata di colore blu sulla sua armatura.

Nessuno dei due si mosse. Fu il biondo a parlare.

“Ci stavamo allenando, ser.”

‘Deve avere la mia età’

Æthel tirò un sospiro di sollievo e rinfoderò la spada. “Non avete un posto al chiuso dove allenarvi, ragazzi? Capisco il voler addestrarsi in condizioni di guerra, ma bisogna approfittare dei momenti di pace..”

I duellanti si scambiarono un’occhiata. Il biondo aiutò il ragazzo dai capelli scuri ad alzarsi. “Ce l’abbiamo, ser, ma pensavamo che magari qui potessimo incontrare qualche nemico ed onorare la Luce Sacra.”

“Ah, siete forse aspiranti paladini? I non morti non si sono ancora spinti fino a qui.. io sono uno del Silver Hand. Se volete posso insegnarvi qualcosa…”

Æthelweard fece qualche passo, ma si sentiva stranamente a disagio. C’era qualcosa che non andava.

Stavolta parlò il moro. “Vi ringraziamo, ser, ma ora dobbiamo combattere il nostro nemico.” I due si chinarono per recuperare i loro scudi.

“Nemico? Ma io non vedo nessuno nelle vici…”

Solo allora Æthel riuscì a vederli quegli scudi e lo stemma che portavano. Una L uguale alla sua, su sfondo bianco, ma dal colore diverso. Era rossa.

‘Lo Scudo Rosso…’

Provò a dire qualcosa. “Ragazzi, noi non siamo nemici! Siamo uomini, non dobbiamo combattere tra noi! L’Allenza è la casa di tutti noi!”

“L’Allenza è morta con Terenas, ser. Se tu provi piacere a farti governare da una puttana del sud, fai pure. Ora non fare storie e seguici.”

‘Non vogliono sentire ragioni’, pensò Æthelweard. ‘Non voglio affrontarli, ma se non mi lasciano scelta… Alla fine sono solo due ragazzi…’

Ser Æthelweard portò la mano alla spada, ma nel momento stesso in cui toccò la sua elsa, sentì un pungolo alla schiena.

“Io non lo farei, se fossi in te…”

La voce proveniva dalle sue spalle ed apparteneva a colui il quale gli aveva puntato un pugnale alla schiena.

“Quale razza di cavaliere attacca un uomo alle spalle?” chiese Æthel, la voce adirata.

“Uno che vuole vedere voi traditori dello Scudo Blu sparire da questo mondo”, replicò calma la voce.

Altri uomini emersero dalla nebbia della pioggia e Æthel si ritrovò circondato da almeno una dozzina di uomini dello Scudo Rosso.

“Sergente, cosa facciamo di questa feccia?” chiese il ragazzo biondo. “Lo portiamo dall’Alta Inquisitrice?”

“Non voglio far perdere tempo a Lady Whitemane con un ragazzino. Lo portiamo all’accampamento. Il capitano sarà sicuramente cosa fare di questo finto servitore della Luce.”

Æthelweard sentì la rabbia montare dentro di lui. “Siete dei folli! L’umanità deve servire combattere unita! Abbiamo i non morti da uccid…”

Ma mentre parlava, Æthel sentì un colpo alla testa ed il mondo intorno a lui cadde nelle tenebre.

Illustrazione in evidenza di Kaelakov