Giorno 3 nelle Shadowlands

Il problema fondamentale delle Terretetre è lo stesso che ha diviso Kul Tiras. In realtà, è lo stesso che sempre ha diviso tutta Azeroth: l’illusione di superiorità. Troppi popoli si credono migliori di altri. Troppi innocenti sono morti, sacrificati a questa sciocca convinzione: che un Elfo sia più civile di un Troll, che un Umano sia più nobile di un Orco… che un vivente abbia più anima di un Non Morto. Sono un veterano della Seconda Guerra, e posso scommetterci la barba con tutti i baffi: non è così. Nessuno dovrebbe vivere sentendosi superiore a nessun altro. L’unica conseguenza di questo pensiero è la guerra, e l’unica conseguenza della guerra è la morte.

Perfino qui, nel reame dove la pace eterna dovrebbe regnare sovrana, la forma di pensiero è sempre questa. E in tempi di pace nessuno ci riflette mai, a quanti problemi ne conseguano. Ma quando arriva la siccità, la carestia, l’emergenza… Ecco che emergono tutte le piccole meschinità. Anche delle anime più virtuose.

E allora, le Congreghe – nel loro disperato tentativo di sgomitare per sopravvivere – hanno iniziato prima ad isolarsi. Poi a cannibalizzarsi dall’interno, con piccole lotte intestine sempre più frequenti. Ed è solo questione di tempo prima che inizino a guardare fuori, verso altri reami, e poi verso altri piani. Tutto perché qualcuno, un giorno, si è alzato in piedi e ha detto: noi vi siamo superiori.

A Bastione tutto questo è mascherato sotto un velo di convinzioni granitiche, fede cieca e procedure ferree, ripetitive, strutturate. La massima aspirazione dei Kyrian non è la salvezza, o l’illuminazione: è l’Ordine, la disciplina. Tutto deve svolgersi come l’Arconte comanda, tutto deve rispondere alla Via – il piano superiore e imperscrutabile in cui in gli abitanti del Bastione credono ciecamente. Non esistono altre strade. La Verità è una sola. La Strada da percorrere pure. Nessun errore è ammesso. Nessun dubbio. Nessuna… arbitrarietà. I Kyriani sono, e vogliono essere, ingranaggi di un’enorme Macchina che ritengono guidi l’universo intero. Un universo che altrimenti sarebbe senza scopo, senza regole. Senza Ordine, per l’appunto.

Così, quando mi sono presentato al Vestibolo dell’Eternità, chiedendo udienza con l’Arconte, gli Aspiranti che mi hanno accolto – anime che l’Arbiter ha destinato al Bastione e che si allenano, a volte anche per eoni, per guadagnare le proprie ali e ascendere in Eletti: coloro che si occupano di accompagnare le anime nei vari reami delle Terretetre quando vengono smistate – non hanno saputo fare altro se non inserire anche me nel loro eterno ciclo ordinato. Non c’era possibilità di un’altra via, dopotutto: la loro dottrina gli rende impossibile anche solo vederla. E quando qualcuno ha provato ad avanzare l’ipotesi di bruciare le tappe, data l’urgenza e l’unicità della questione, è stato redarguito e i suoi dubbi quasi tacciati di eresia. “Presta servizio”, amano ripetere i Kyrian. Anche quando questo è un peso e un ostacolo.

Quindi eccomi qui, a seguire pedissequamente la via dell’Aspirante per potermi dimostrare degno di un’udienza con l’Arconte, Kyrestia. Ironico. Qualsiasi Cavaliere della Morte non si aspetterebbe mai di poter calcare le terre del Bastione. Un luogo di riposo e meditazione. Luminoso e piacevole, ma non caldo e rigoglioso: più simile a una fredda giornata d’autunno, in quel periodo di novembre quando l’inverno è dietro l’angolo ma un limpido sole rischiara ancora le giornate. Ho sempre pensato che, in quanto maledetto, la mia anima sarebbe stata al di là di ogni redenzione. Ma da quando Bolvar non è più il Re dei Lich, ho cominciato a domandarmi se anche per noi ci possa essere… Riposo. Speranza. Pace. Magari proprio qui.

Magari proprio all’ombra delle ali di questa statua.